ROMA – I quesiti difficili, i leader poco mobilitati, la fatale campagna anti-Meloni, il lungo oscuramento delle tv. È sempre lunga la lista dei colpevoli, nel day after del referendum fallito. Ma per guardare a domani: se abbassassimo il quorum? Sondaggisti, giuristi, politologi. Divisi anche loro. «Non mi sentirei di dire che va ridotta la soglia della partecipazione, specie per abrogare leggi esistenti. Riformare una norma è qualcosa che riguarda la collettività», ragiona Alessandra Ghisleri (Euromedia Research). Che piuttosto indica i passaggi che avrebbero compromesso l’esito: «La scelta di politicizzare la campagna credo abbia inciso molto: non dico sia un errore, è una direzione, ma porla nei termini ‘noi contro loro’ finisce per svuotare il merito del confronto, la necessità di un Sì o di un No».
Parte invece dall’elemento anacronistico Lorenzo Pregliasco (You trend): «Non ha più senso un quorum al 50 per cento, l’asticella è alta. C’è poi un problema di disaffezione str…
ROMA – I quesiti difficili, i leader poco mobilitati, la fatale campagna anti-Meloni, il lungo oscuramento delle tv. È sempre lunga la lista dei colpevoli, nel day after del referendum fallito. Ma per guardare a domani: se abbassassimo il quorum? Sondaggisti, giuristi, politologi. Divisi anche loro. «Non mi sentirei di dire che va ridotta la soglia della partecipazione, specie per abrogare leggi esistenti. Riformare una norma è qualcosa che riguarda la collettività», ragiona Alessandra Ghisleri (Euromedia Research). Che piuttosto indica i passaggi che avrebbero compromesso l’esito: «La scelta di politicizzare la campagna credo abbia inciso molto: non dico sia un errore, è una direzione, ma porla nei termini ‘noi contro loro’ finisce per svuotare il merito del confronto, la necessità di un Sì o di un No».
Parte invece dall’elemento anacronistico Lorenzo Pregliasco (You trend): «Non ha più senso un quorum al 50 per cento, l’asticella è alta. C’è poi un problema di disaffezione strutturale, e anche di incapacità di mobilitare. Che la campagna fosse politicizzata era inevitabile, certo la rivendicazione identitaria del centrosinistra ha allontanato una parte dell’elettorato. Ma io ho visto un altro limite: una confusione di fondo, non si capiva bene l’obiettivo, quello considerato più vicino e utile».
C’è un quesito che non scade: con l’affluenza inchiodata al 30, che fare del referendum. Rimandarlo in soffitta fino al prossimo flop (con dibattito)? O spedirlo a un vero lifting: che serva alla democrazia? Domanda che viaggia in parallelo alla proposta che la destra accarezza: intervenire dall’altro capo della faccenda per aumentare la soglia delle firme che aprono alla consultazione. Dal cuore dell’Istituto Cattaneo, già pronto a incrociare analisi e diagrammi, il direttore Salvatore Vassallo offre una fotografia molto critica: «Il problema c’è. L’attuale stato dell’arte consente di snaturare il referendum a entrambe le parti: chi lo propone e chi fa il tifo perché fallisca. Questi ultimi hanno buon gioco a sommare l’astensionismo strategico con quello naturale; ma anche quelli che lo chiedono sanno bene che è molto arduo raggiungere quella soglia». E quindi? «I referendum – analizza il professor Vassallo – sono ormai una sorta di sondaggio d’opinione fatto dallo Stato. Le ipotesi sono state elaborate, ne discutiamo da anni: o si riduce il quorum al 40, o 35; o lo si commisura al tasso di affluenza delle più importanti elezioni». È l’opzione su cui si schiera anche Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex deputato Pd: «La soluzione più ragionevole: fissare la nuova soglia alla metà più uno dell’affluenza delle Politiche». Eppure: le ultime Politiche segnavano 64%, i quesiti di ieri restano sotto quella metà.
«Ma perché non si può fare un test del governo con le leggi fatte dal Pd», sbotta Ceccanti. Un altro professore, insoddisfatto e di sinistra, Massimo Villone, usa toni franchi: «Si dovrebbe introdurre per i referendum il voto online: ossigeno e vitamine in una democrazia anemica. Ma non si vuol fare perché nessuno lo controllerebbe. E invece riscrivere questo istituto si può: tenendo conto del mondo di oggi, delle tecnologie disponibili e di quella che è la realtà politica del Paese». L’ultima osservazione? Per Villone un rimpianto: «Se solo avessero riformulato il quesito sull’Autonomia differenziata. Lì tutti sarebbero stati costretti a mobilitarsi, cambiava la musica». Ma è un’altra storia.