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Schlein: “I 14 milioni di voti e la grande piazza per Gaza dicono no a questo governo”

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein

 (ansa)

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Intervista alla segretaria dem
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ROMA – «Sapevamo che sarebbe stato difficile» ammette Elly Schlein «ma i referendum toccavano questioni che riguardano la vita di milioni di persone ed era giusto spendersi. Lavoro e cittadinanza sono temi costitutivi per una forza progressista come il Pd. La battaglia non finisce oggi».

Nessun mea culpa per aver schierato il partito in modo così netto sui quesiti di Landini?

«Al contrario. Dopo questo fine settimana l’alternativa è più vicina grazie alla straordinaria piazza di sabato per Gaza e per i 14 milioni che sono andati a votare nonostante premier e maggioranza invitassero a fare l’opposto. Oggi la destra esulta, faccia pure: ne riparliamo alle politiche, dove non sarà l’astensionismo a salvarli».

Lei rilancia, segretaria, ma il referendum è stato un flop.

«La differenza tra noi e loro è che noi siamo contenti per i 14 milioni di elettori che hanno votato, loro per quelli che non sono andati. Hanno fatto una vera e propria campagna di boicottaggio politico e mediatico, m…

ROMA – «Sapevamo che sarebbe stato difficile» ammette Elly Schlein «ma i referendum toccavano questioni che riguardano la vita di milioni di persone ed era giusto spendersi. Lavoro e cittadinanza sono temi costitutivi per una forza progressista come il Pd. La battaglia non finisce oggi».

Nessun mea culpa per aver schierato il partito in modo così netto sui quesiti di Landini?

«Al contrario. Dopo questo fine settimana l’alternativa è più vicina grazie alla straordinaria piazza di sabato per Gaza e per i 14 milioni che sono andati a votare nonostante premier e maggioranza invitassero a fare l’opposto. Oggi la destra esulta, faccia pure: ne riparliamo alle politiche, dove non sarà l’astensionismo a salvarli».

Lei rilancia, segretaria, ma il referendum è stato un flop.

«La differenza tra noi e loro è che noi siamo contenti per i 14 milioni di elettori che hanno votato, loro per quelli che non sono andati. Hanno fatto una vera e propria campagna di boicottaggio politico e mediatico, ma hanno ben poco da festeggiare: ai referendum ha votato più gente di quella che lo fece per mandare Meloni al governo. Invece di deriderla dovrebbero riflettere».

L’ala riformista del Pd parla di sconfitta seria ed evitabile. Non avevano ragione a frenare?

«La decisione di dare supporto ai 5 quesiti è stata discussa in direzione nazionale, approvata senza voti contrari e condivisa fortemente della nostra base. Com’è noto io non ho mai chiesto abiure a nessuno: abbiamo fatto ciò che i nostri militanti si aspettavano ed è giusto così. Il Pd è tornato a fianco dei lavoratori, cresce a ogni tornata. Dopo Genova, abbiamo vinto anche a Taranto e a Nuoro».

Convocherà una direzione o pensa a un congresso per chiarirsi?

«Abbiamo davanti cinque elezioni regionali fondamentali, su cui siamo già al lavoro e che vogliamo vincere. L’avversario è la destra».

Pure stavolta ha vinto l’astensione: i quesiti non erano abbastanza concreti, in sintonia con i problemi veri degli italiani?

«Le ragioni dell’astensione sono profonde, risalenti negli anni e quella di oggi ci dice che la sfiducia non è solo verso i partiti ma proprio nei confronti del voto: in troppi credono non serva a nulla. Un fatto terribile. Perciò l’invito di Meloni a disertare i seggi è grave: non ha avuto il coraggio di dire che era contraria e si è nascosta dietro uno sfrenato tatticismo, dando un pessimo segnale. La politica che tifa astensione si fa male da sola: la partecipazione fa la qualità di una democrazia, lei ha dimostrato di averne paura».

La cittadinanza è il quesito andato peggio, che significa?

«I sì hanno avuto una percentuale minore rispetto ai quesiti sul lavoro, ma sono stati sempre più dei no. Noi però non ci arrendiamo: serve una riforma complessiva della cittadinanza e continueremo a insistere in Parlamento. Chi nasce e cresce in Italia per noi è italiano».

Salvini dice che non siete riusciti a mobilitare neanche i vostri elettori.

«I numeri provano il contrario: i 12,5 milioni di sì ai referendum sono più di quelli presi da loro alle politiche. E più dei voti presi allora dal centrosinistra».

Per il braccio destro della premier voi volevate un referendum contro Meloni, l’avete perso e vi siete indeboliti. Per La Russa il campo largo è morto. Vuol replicare?

«In questi referendum non era in gioco il destino di singoli partiti, né di coalizioni, si trattava di dare ai cittadini l’occasione di esprimersi per contrastare la precarietà, migliorare la sicurezza sul lavoro e la cittadinanza. Noi abbiamo fatto una campagna nel merito, la destra è fuggita dal merito. Per mesi hanno sostenuto che era una resa dei conti interna alla sinistra e ora ci vengono a dire che il governo ha vinto? Si mettano d’accordo con sé stessi».

Il fiasco sul quorum non oscura il successo della piazza per Gaza?

«Sono cose diverse, le abbiamo sempre tenute distinte, solo Salvini e soci hanno provato a legare i due appuntamenti in modo becero. In quella piazza si è finalmente ritrovato e riconosciuto un popolo. Noi veniamo da un week-end di grande mobilitazione, loro di grande astensione. Anche loro oggi dicono che quella piazza non va sottovalutata, quindi ora chiediamo a Meloni di essere conseguente».

In che modo?

«Il governo riconosca lo Stato di Palestina, come hanno già fatto Spagna, Irlanda e presto la Francia. Il parlamento italiano si era già espresso anni fa, l’unico ostacolo è la volontà politica della premier, specie adesso che c’è il suo amico Trump e non vuole scontentarlo».

In quella piazza Pd, 5S e Avs hanno sfilato insieme: è l’inizio di un’alleanza finalmente strutturale?

«Quando sono arrivata, dopo sconfitta del 2022, c’era stata una rottura che aveva avvantaggiato la destra e aveva lasciato strascichi pesanti: le forze del centrosinistra si parlavano a stento. Oggi abbiamo già vinto e governiamo insieme in tantissime città e in diverse regioni, organizziamo insieme mobilitazioni e iniziative in Parlamento. Non cambio il metodo: ci confrontiamo sui temi e proviamo a raggiungere una sintesi per battere la destra che, ripeto, è e resta il nostro unico avversario».

Renzi vuol essere della partita: riuscirà a convincere Conte e magari anche Calenda?

«Noi non lavoriamo per costruire l’alternativa da una sigla a un’altra sigla, o da un leader a un altro leader, ma sulle questioni concrete e molte volte ci siamo ritrovati tutti. Così abbiamo fatto a Genova, ad Assisi, in Umbria, in Emilia Romagna. È la dimostrazione che si può fare: grazie a un paziente lavoro di ascolto reciproco, è possibile costruire un programma condiviso. Ogni volta che ci riusciamo noi vinciamo, loro perdono».

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