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Meloni: meno tasse al ceto medio ma è lite su fisco e terzo mandato

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La premier interviene a sorpresa agli Stati generali dei commercialisti: tagli “equi” all’Irpef. Giorgetti frena: “Ci sono ancora più di due anni”. Scontro sulle Regioni nel vertice con i vice
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ROMA – Il balsamo del referendum a destra si riassorbe in 24 ore. In un vertice a Palazzo Chigi mascherato da “riunione sul fine vita”, di cui pure si discute, ma non solo, i leader della maggioranza si dividono su tasse, terzo mandato, Ius Scholae. Al punto che in serata a Palazzo Chigi si affrettano a raccontare che Giorgia Meloni, in premessa, avrebbe accolto i due vice Salvini e Tajani con parole al miele: «A scanso di equivoci, voglio mettere in chiaro che non sono venuta qui per bacchettare nessuno». Invece la discussione, raccontano più fonti governative, è schietta. E su diversi punti l’accordo non si trova.

È soprattutto il fisco a funestare il day after elettorale della coalizione di governo. Il via lo dà la premier, che a sorpresa di mattina si presenta agli Stati generali dei commercialisti, dov’era attesa solo in video, e annuncia: dopo i precedenti interventi sull’Irpef, «intendiamo concentrarci sul ceto medio». L’obiettivo è «tagliare le tasse in modo equo». Davanti a …

ROMA – Il balsamo del referendum a destra si riassorbe in 24 ore. In un vertice a Palazzo Chigi mascherato da “riunione sul fine vita”, di cui pure si discute, ma non solo, i leader della maggioranza si dividono su tasse, terzo mandato, Ius Scholae. Al punto che in serata a Palazzo Chigi si affrettano a raccontare che Giorgia Meloni, in premessa, avrebbe accolto i due vice Salvini e Tajani con parole al miele: «A scanso di equivoci, voglio mettere in chiaro che non sono venuta qui per bacchettare nessuno». Invece la discussione, raccontano più fonti governative, è schietta. E su diversi punti l’accordo non si trova.

È soprattutto il fisco a funestare il day after elettorale della coalizione di governo. Il via lo dà la premier, che a sorpresa di mattina si presenta agli Stati generali dei commercialisti, dov’era attesa solo in video, e annuncia: dopo i precedenti interventi sull’Irpef, «intendiamo concentrarci sul ceto medio». L’obiettivo è «tagliare le tasse in modo equo». Davanti a una platea che l’acclama («così mi imbarazzate», si schernisce l’interessata) Meloni non fornisce dettagli, tantomeno scadenze. Ma è chiaro che l’obiettivo, a grandi linee, è rimettere in pista la vecchia proposta forzista di tagliare l’aliquota dal 35% al 33% per i redditi fino a 60mila euro, costo fino a 4 miliardi.

Antonio Tajani difatti plaude subito all’iniziativa. Mentre il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, predica calma: «Ci sono ancora due anni e mezzo» da qui alla fine della legislatura. Come dire: niente fretta. Se il titolare leghista del Mef è così prudente è perché Matteo Salvini, proprio durante il vertice a Chigi con Tajani e Meloni, fa uscire una nota del Carroccio che ribalta la prospettiva. La vera priorità, «anzi l’emergenza», è quella che chiama «pace fiscale», cioè la rottamazione delle cartelle in 10 anni. Sul punto anche gli alleati sarebbero d’accordo in linea di principio, ma i soldi per entrambe le misure, rottamazione e Irpef, non ci sono. Meloni ha fatto capire a cosa intenda dare precedenza. Tajani, a riunione finita, passeggia tra i corridoi di Montecitorio e ripete ai cronisti: «Prima il taglio dell’Irpef, poi la rottamazione».

Non è l’unica nota dolente. Tajani rilancia ancora lo Ius Scholae, inviso agli ex lumbard: «Sui diritti non ci fermiamo, non devo chiedere il permesso». Nel vertice dei leader, a cui partecipa anche Maurizio Lupi per Noi moderati, si discute soprattutto di terzo mandato, anche se sia Salvini che Tajani all’uscita giureranno il contrario. Pure qui, l’intesa non c’è. Meloni si professa laica, la Lega insiste, ma il capo di FI appena uscito mette a verbale: «Sul terzo mandato restiamo contrari, non cambiamo posizione. I potentati sono dannosi». A porte chiuse, il vicepremier azzurro è ancora più netto: «Questo era un capitolo chiuso, è totalmente insensato riaprirlo». La Lega però non molla la presa, lo ribadirà nel consiglio federale di oggi, soprattutto per permettere a Luca Zaia di ricandidarsi in Veneto in autunno, probabilmente con un voto posticipato a fine novembre, slegato dalle Marche.

Il tempo comunque stringe. Dalle parti del Carroccio sono convinti che la premier si stia ammorbidendo, che a FdI potrebbe andare la Sicilia, come compensazione, ma poi toccherebbe trovare una contropartita per FI (c’è chi dice il comune di Milano). I leader comunque non sciolgono il nodo. Tanto che la questione viene rimandata a un quartetto politico, composto da Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli per FdI, Roberto Calderoli per la Lega, Maurizio Gasparri per i forzisti. Anche il summit dei quattro è un buco nell’acqua. Serve tempo, anche se ne resta poco.

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