ROMA – Hic manebimus optime. Giorgia Meloni appare raggiante, fra le luci e le bandiere del suo studio a Palazzo Chigi. Si mette in posa, scatta un selfie, poi lo posta sui social: «Elly Schlein dice che i voti del referendum dicono no a questo governo...» sorride beffarda.
Ce l’ha con la segretaria del Pd, la presidente del Consiglio. Con il titolo dell’intervista rilasciata a Repubblica, citato testualmente. Domenica si è astenuta, sfruttando il giochino delle schede non ritirate, ed è convinta di averla vinta lei, la sfida delle urne. Perciò sceglie di metterci la faccia, nuovo round dell’eterno duello ingaggiato con la leader democratica. Dopo aver scatenato, il giorno prima, i fidi scudieri pronti a dipingere l’esito del voto come un trionfo per il centrodestra. Il commento mordace in prima persona doveva chiudere la partita.
Non aveva però fatto i conti con l’avversaria. «La coerenza, questa sconosciuta!» risponde asciutta Schlein, entrando nel profilo Facebook della premier…
ROMA – Hic manebimus optime. Giorgia Meloni appare raggiante, fra le luci e le bandiere del suo studio a Palazzo Chigi. Si mette in posa, scatta un selfie, poi lo posta sui social: «Elly Schlein dice che i voti del referendum dicono no a questo governo...» sorride beffarda.
Ce l’ha con la segretaria del Pd, la presidente del Consiglio. Con il titolo dell’intervista rilasciata a Repubblica, citato testualmente. Domenica si è astenuta, sfruttando il giochino delle schede non ritirate, ed è convinta di averla vinta lei, la sfida delle urne. Perciò sceglie di metterci la faccia, nuovo round dell’eterno duello ingaggiato con la leader democratica. Dopo aver scatenato, il giorno prima, i fidi scudieri pronti a dipingere l’esito del voto come un trionfo per il centrodestra. Il commento mordace in prima persona doveva chiudere la partita.
Non aveva però fatto i conti con l’avversaria. «La coerenza, questa sconosciuta!» risponde asciutta Schlein, entrando nel profilo Facebook della premier. Allegato, un post vergato dalla medesima Meloni nel 2016 in cui sosteneva l’opposto di quanto rivendicato oggi, ossia la necessità di aver riguardo per gli elettori che hanno partecipato alla consultazione. Tirato fuori in mattinata pure da Giuseppe Conte, per evidenziarne le contraddizioni.
«Il premier» che allora era Renzi «abbia la decenza di rispettare chi si è recato alle urne perché sono sempre più italiani rispetto a quelli che hanno votato lui per andare a Palazzo Chigi», scriveva nove anni fa la capa di FdI, a proposito del referendum sulle trivelle. «Il governo ha fatto di tutto per favorire l’astensionismo e non far raggiungere il quorum», le sue parole di allora. Che fra l’altro coincidono con quelle pronunciate ieri dalla segretaria dem: «L’alternativa è più vicina grazie alla straordinaria piazza di sabato per Gaza e per i 14 milioni che sono andati a votare nonostante presidente del Consiglio e maggioranza invitassero a fare l’opposto — aveva detto sulle colonne di questo giornale —. Sono più di quanti scelsero di mandare al governo lei».
Uno scontro che in qualche modo depotenzia i malumori interni al Pd. L’ala riformista, contraria ai quesiti della Cgil per abrogare il jobs act, aveva subito chiesto di convocare una direzione nazionale sull’analisi del voto, come sempre accade nel post- elezioni. Sollecitazione che tuttavia il Nazareno è intenzionato a lasciar cadere. «Non è in programma», la replica netta: «Basta guardare i dati sui flussi dell’istituto Cattaneo, la risposta è tutta lì». Nel documento si legge infatti che il sì ai referendum sul lavoro ha compattato il Pd: al primo quesito relativo al reintegro dopo un ingiusto licenziamento, la quasi totalità degli elettori che avevano votato i democratici alle Europee ha aderito all’appello dei promotori. Solo un elettore dem su dieci ha scelto il no, creando «una comunità di espressione con gli elettori di M5s e Sinistra».
Una bocciatura proprio dei riformisti che, in disaccordo sulla battaglia ingaggiata dalla segretaria, avevano definito il flop alle urne «un regalo alla destra». Alzando la temperatura interna. «Parole sbagliate», la bacchettata arrivata ieri da Igor Taruffi, braccio destro di Schlein al partito: «Sul lavoro il Pd ha imboccato la strada giusta. Il regalo alla destra, semmai, si è fatto negli anni passati quando si è rotto il rapporto con il nostro popolo». Ma la minoranza, e non solo quella, insiste: «Serve una riflessione», ribadisce Alessandro Alfieri, coordinatore di Energia popolare. «Se infatti è sbagliato dire che sono stati buttati milioni di euro, come la fa destra, perché allestire i seggi non è mai uno spreco, è il costo della democrazia, sarei stato più cauto a politicizzare il voto, non avrei parlato di “avviso di sfratto” a Meloni e starei più attento a non confondere le politiche con un referendum». La cui «base elettorale è un patrimonio, ma non è sufficiente per costruire l’alternativa alle destre», avverte pure Debora Serracchiani, «e per battere Meloni non basterà schierarsi contro». Durissimo Pierluigi Castagnetti, padre nobile tendenza catto-dem: «Qualcuno avvisi Schlein che così si va a sbattere». Ci prova Dario Nardella a gettare acqua sul fuoco: «Il referendum è fallito. Ma ora niente resa dei conti: serve capire il messaggio degli italiani e migliorare, anche cambiando schema». Il come è tutto da vedere.