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Dieci anni di Meloni: il rischio di non vederli arrivare | Hanno tutti ragione

Giorgia Meloni

 (agf)

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Cosa sta facendo la presidente del Consiglio per non fare la fine di Renzi, Grillo e Salvini
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Questo è il numero di venerdì 13 giugno 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Quando il Paese si innamorò fugacemente di Matteo Renzi il regalo di fidanzamento fu il Partito democratico al 40 per cento alle Europee del 2014. Poi a Renzi capitò di perdere l’amore, e non si era nemmeno fatta sera, e fu il turno di Beppe Grillo: il Movimento 5 Stelle sfondò il 33 per cento alle Politiche del 2018. Ma fu un flirt ancora più effimero e già l’anno dopo, scaricati Grillo e i suoi avatar, la Nazione impalmò Matteo Salvini cosicché la Lega si prese a corredo un 34 per cento alle Europee del 2019. Ma chi si impegnerebbe per la vita con un tizio che passa l’estate al Papeete come un neo maturato? Alla fine arrivò lei, la nuova fiamma degli italiani: Giorgia Meloni. Abbiamo già provato tutti, proviamo anche lei. Occhio ai numeri, però. Renzi quaranta. Grillo trentatré. Salvini trentaquattro. Meloni si è fermata al 25 per cen…

Questo è il numero di venerdì 13 giugno 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Quando il Paese si innamorò fugacemente di Matteo Renzi il regalo di fidanzamento fu il Partito democratico al 40 per cento alle Europee del 2014. Poi a Renzi capitò di perdere l’amore, e non si era nemmeno fatta sera, e fu il turno di Beppe Grillo: il Movimento 5 Stelle sfondò il 33 per cento alle Politiche del 2018. Ma fu un flirt ancora più effimero e già l’anno dopo, scaricati Grillo e i suoi avatar, la Nazione impalmò Matteo Salvini cosicché la Lega si prese a corredo un 34 per cento alle Europee del 2019. Ma chi si impegnerebbe per la vita con un tizio che passa l’estate al Papeete come un neo maturato? Alla fine arrivò lei, la nuova fiamma degli italiani: Giorgia Meloni. Abbiamo già provato tutti, proviamo anche lei. Occhio ai numeri, però. Renzi quaranta. Grillo trentatré. Salvini trentaquattro. Meloni si è fermata al 25 per cento. Di tutti i leader beneficiati dalle ondate di consenso personale tipiche della politica contemporanea, Meloni è l’unica a non aver sfondato. Non solo non è arrivata al 30, ma si è fermata ben prima. Le è bastato per portarsi a casa l’Italia, grazie alla più sciagurata legge elettorale del mondo occidentale, voluta e difesa nel principio dai principali capi del centrosinistra. Resta la domanda: perché agli altri un’onda e a lei un’ondina?

La mia spiegazione è che Meloni sia stata penalizzata dalla storia del suo partito e dai cascami che ancora lo addobbano. I leader affossati prima di lei erano politicamente meno impegnativi. Non che fossero moderati, non certo Grillo e Salvini, ma potevi sceglierli senza sentire di aver saltato un fosso. Quando gli italiani hanno sentito che passava il treno plebiscitario per Renzi, Salvini e Grillo ci sono saltati su senza remore. Non per caso il record di consensi lo tocca proprio l’ex segretario del Pd: è quello più al centro, incassa da tutti i lati senza perdere niente (all’inizio, poi si perde i suoi per primi ed è ciò che alla capa di FdI non succederà mai). A Meloni va molto diversamente. Sebbene prima delle elezioni del 2022 sia chiarissimo che è il suo turno, una quota significativa di elettori sceglie di restare giù dal carro della vincitrice. Di tutte le scommesse, è la meno attrattiva. Anche se il leader della Lega è oggi il più estremista nei fatti, Meloni è quella a capo del partito più estremista nel marchio. Marchio in senso lato e marchio in senso letterale: la fiamma dei neofascisti (eviteremo qui la postilla per gonzi, anzi no, non la eviteremo: non stiamo dicendo che Meloni è fascista). E qui la domanda è un’altra: questo marchio continuerà a essere una zavorra o la prossima volta è possibile che pesi meno sul risultato elettorale di Meloni?

Meloni sta a Palazzo Chigi da ormai quasi tre anni. Non ha fatto nulla di significativo, a parte battere il record nell’introduzione di nuovi reati, ma non è nemmeno ancora inciampata in un disastro. Incontra capi di governo e capi di Stato. Taglia nastri e stringe mani. Sta per battere il record di durata di un governo. Tutti i monumenti diventano rispettabili quando si fanno annosi, diceva Noah Cross. Al prossimo giro è probabile che cali la quota di elettori che si rifiutano di prenderla in considerazione. Non significa che si sia destinata a sfondare il 30 per cento. Potrebbe anche succedere che la conquista di nuove quote di mercato le serva a restare dov’è, sostituendo i voti di un po’ delusi con quelli di un po’ di neofiti. Sarebbe comunque molto, considerato che i precedenti fidanzatini d’Italia sono durati da Natale a Santo Stefano. Meloni non è stata sempre risoluta nel cercare di scrollarsi di dosso l'etichetta di Colle Oppio. Anzi, spesso si è ingarellata con Salvini a chi è il più sovranista del reame. Tuttavia solo chi è accecato dall’ideologia non vede i suoi tentativi per riposizionarsi. Sono diminuite le uscite scomposte. È evidente lo sforzo di una postura più istituzionale. Sul referendum, nonostante la scelta astensionista, si è fatta il problema di non passare per una presidente del Consiglio che diserta le urne. Una furbata, d’accordo, ma il presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, non si era nemmeno posto il problema. Anche la fresca nomina a sottosegretario dell'ex segretario della Cisl Sbarra è un segnale chiaro. Meloni sta cercando di fare quel che a Renzi non è riuscito: tenersi i suoi e allargarsi dall’altra parte.

Di contro, il Pd sta cercando con uno strattone a sinistra di riprendersi gli elettori persi negli anni. I referendum a quello servivano, dato che il quorum non è mai stato una possibilità concreta. Sarebbe però singolare se, mentre prova a insidiare i consensi di Avs e Di Battista, il Pd rinunciasse a contendere a Meloni i voti meno fidelizzati o delegasse il compito a qualche partitino creato per l’occasione. Potrebbe essere la prima volta che un leader portato su dall’onda non cade al primo scoglio e il paradosso è che l’impresa riuscirebbe a quella partita più indietro, sulla cresta dell’ondina.

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