Il massimo che l’Italia potrà fare, da qui in avanti, è aumentare le spese militari dello 0,2% del Pil all’anno, circa 4 miliardi. Di più, è insostenibile. È con questa considerazione che Giorgia Meloni accoglie a Palazzo Chigi il segretario generale della Nato, Mark Rutte. L’ex premier olandese, che quando era al governo di Amsterdam era considerato un falco nei summit brussellesi, adesso viene inquadrato dalle cancellerie europee come un politico scaltro, possibile mediatore tra Donald Trump e il blocco dei paesi europei più in affanno sugli impegni chiesti oltre oceano in materia di difesa.
Meloni sa di non poter scontentare l’inquilino della Casa bianca. Ma deve anche tenere conto dei margini risicatissimi di cassa a disposizione. A Rutte allora chiede principalmente tre cose. Di allentare il più possibile i tempi per centrare l’obiettivo che gli Usa chiederanno al vertice dell’Aja del 25 giugno: spalmare il raggiungimento del target al 2035, cioè in 10 anni anziché in 7. Sul…
Il massimo che l’Italia potrà fare, da qui in avanti, è aumentare le spese militari dello 0,2% del Pil all’anno, circa 4 miliardi. Di più, è insostenibile. È con questa considerazione che Giorgia Meloni accoglie a Palazzo Chigi il segretario generale della Nato, Mark Rutte. L’ex premier olandese, che quando era al governo di Amsterdam era considerato un falco nei summit brussellesi, adesso viene inquadrato dalle cancellerie europee come un politico scaltro, possibile mediatore tra Donald Trump e il blocco dei paesi europei più in affanno sugli impegni chiesti oltre oceano in materia di difesa.
Meloni sa di non poter scontentare l’inquilino della Casa bianca. Ma deve anche tenere conto dei margini risicatissimi di cassa a disposizione. A Rutte allora chiede principalmente tre cose. Di allentare il più possibile i tempi per centrare l’obiettivo che gli Usa chiederanno al vertice dell’Aja del 25 giugno: spalmare il raggiungimento del target al 2035, cioè in 10 anni anziché in 7. Sul punto, Rutte sembra aprire: «Non ho fissato date», dirà nel pomeriggio. La premier sa di poter fare asse con il Regno Unito. Anche se vista con le lenti italiane la differenza di date non è solo contabile: il 2032 in teoria sarà un altro anno elettorale, il termine della prossima legislatura. Il 2035 no. Sull’obiettivo di spesa, anche nel nostro governo si sono convinti che ci sia poco da fare, anche se si sta tentando un inedito gioco di sponda con la Spagna del socialista Pedro Sanchez, contraria ad aumenti massicci. L’obiettivo però sembra ormai definito: «Il 5% è radicato nei fatti», insiste Rutte. E dovrebbe essere calcolato così: il 3,5% del Pil per le spese militari in senso stretto, più un altro 1,5% per la sicurezza.
Visto che la soglia sembra difficilmente trattabile, si ragiona su come renderla compatibile con le risorse disponibili. A Rutte, Meloni chiede anche flessibilità, insomma di poter includere nel computo anche spese “duali”, come le infrastrutture utilizzabili sia in chiave civile che militare. Non solo il famoso ponte sullo Stretto da 14 miliardi, ma anche, per esempio, il riammodernamento di arterie strategiche e tratte ferroviarie.
La terza richiesta di Roma, avanzata anche da altre cancellerie, è quella di fissare uno step intermedio, da qui al raggiungimento dell’obiettivo finale del 5%. La proposta è quella di un summit nel 2029, che preveda una «revisione» degli impegni pattuiti a fine mese in Olanda. È una scappatoia che permetterebbe ai governi, tra cui quello italiano, di fornire a un’opinione pubblica spaventata la possibilità di raccontare che quanto verrà sottoscritto a l’Aja non è definitivo. In altre parole, tra 4 anni, quando Trump non sarà più alla Casa bianca, l’obiettivo di spesa potrebbe essere abbassato al 3%, se verrà considerato sufficiente.
C’è un’altra richiesta che il governo italiano, non da solo, felpatamente sostiene: se Trump vuole davvero moltiplicare le spese militari del vecchio continente, va archiviata definitivamente la guerra sui dazi. Lo conferma Antonio Tajani: «Il 5%? Siamo favorevoli a più spese, ma servono almeno 10 anni. Ed è difficile poter raggiungere alcuni obiettivi se c’è un incremento dei dazi». Matteo Salvini sembra invece molto meno incline a fissare scadenze in tema di difesa: «Il 5% si potrà raggiungere fra anni e anni e anni».
Dopo il vertice di Chigi, il segretario della Nato si sposta a Villa Madama per un summit del formato “Weimar+”, con i ministri degli Esteri di Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, Spagna, più l’Ucraina e l’Ue. È qui che Rutte sprona l’Europa a «spendere di più» e «produrre di più». Più armi. Perché la Russia potrebbe attaccare in territorio Nato «entro il 2030» e perché dopo l’invasione dell’Ucraina «non deve provarci più». Il summit preannuncia dunque nuove sanzioni a Mosca, chiedendo a Putin di «rinunciare a richieste inaccettabili». A margine del summit, Tajani si ferma a lungo con il collega tedesco Johann Wadephul. Vista dal governo, è la certificazione dell’intesa che si sta saldando con Berlino. Anche se sugli eurobond per la difesa la Germania è ancora fredda, Tajani e Wadephul siglano un’intesa in cui promettono di collaborare «in difesa europea e sicurezza». E promettono un «dialogo strategico di politica estera su tutte le questioni». Dovrebbe essere il primo passo di un nuovo patto politico-diplomatico, simile al trattato del Quirinale con la Francia.