BOLOGNA – «Ho imparato che esporsi personalmente è faticoso, anche rischioso. Ma ne vale la pensa. La scelta è tra un silenzio arreso e la voglia di riprendere la parola, e di usarla, possibilmente con rispetto». Michele Serra in Piazza Maggiore, Bologna, ore 22 di ieri, Repubblica delle Idee. Tema del suo reading: «Storia di una piazza». La piazza per l’Europa, che Michele si è inventato a marzo, un miracolo di partecipazione nato da un articolo in prima pagina su questo giornale: 50mila persone giunte da tutta Italia per chiedere «all’Europa di esistere non solo come entità burocratica, ma come ideale, come comunità politica». In un mondo che sembra impazzito la sua è una lezione di civismo, un apologo sulla democrazia. «Dobbiamo darci una mossa. Non è vero che non sappiamo che cosa dovremmo fare. Lo sappiamo benissimo. Per esempio, dovremmo avere una difesa europea con un protocollo etico forte e preciso: le forze armate si usano per difendersi, mai per aggredire».
BOLOGNA – «Ho imparato che esporsi personalmente è faticoso, anche rischioso. Ma ne vale la pensa. La scelta è tra un silenzio arreso e la voglia di riprendere la parola, e di usarla, possibilmente con rispetto». Michele Serra in Piazza Maggiore, Bologna, ore 22 di ieri, Repubblica delle Idee. Tema del suo reading: «Storia di una piazza». La piazza per l’Europa, che Michele si è inventato a marzo, un miracolo di partecipazione nato da un articolo in prima pagina su questo giornale: 50mila persone giunte da tutta Italia per chiedere «all’Europa di esistere non solo come entità burocratica, ma come ideale, come comunità politica». In un mondo che sembra impazzito la sua è una lezione di civismo, un apologo sulla democrazia. «Dobbiamo darci una mossa. Non è vero che non sappiamo che cosa dovremmo fare. Lo sappiamo benissimo. Per esempio, dovremmo avere una difesa europea con un protocollo etico forte e preciso: le forze armate si usano per difendersi, mai per aggredire».
Impegnarsi. Partecipare. Cose che danno senso al nostro essere cittadini. Come il giornalismo, se fatto con passione civile.
Racconta Michele: «La storia della piazza del 15 marzo comincia in modo decisamente casuale, il 10 febbraio. Nella mia newsletter sul Post, scrivo che la prima cosa da fare per evitare la fine del mondo è che tutte le forze democratiche del vecchio continente organizzino, nello stesso giorno in ogni capitale d’Europa, una grande manifestazione per l’unità europea. Solo bandiere blu con il cerchio di stelle gialle. Non a favore dell’Europa così com’è, ma a favore di come potrebbe diventare: gli Stati Uniti d’Europa». È un lunedì mattina. «Un paio di ore dopo, entro nella posta e la trovo intasata di mail. Dicono tutti la stessa cosa: bella idea».
Pochi giorni dopo, il 19 febbraio, Mario Draghi dice all’Europa, stretta tra Trump e Putin: «Fate qualcosa!». Il giorno dopo, «scosso dal discorso di Draghi», Serra ci torna su su Repubblica, nell’Amaca, la sua rubrica da trent’anni: «Possibile che a nessuno, nei partiti progressisti o comunque europeisti, venga in mente, con l’aria che tira, di organizzare una manifestazione, un presidio, riempire una piazza di sole bandiere blu-stellate?». Valanga di mail: «Facciamola!», dicono i lettori.
«Parlo con Mario Orfeo, il direttore di Repubblica, mai ricevute tante mail, gli dico, e non una sola di dissenso. Orfeo mi dice: “Prova a insistere. Scrivi in prima pagina un appello affinché qualcuno questa manifestazione la organizzi per davvero, e vediamo cosa succede”». L’articolo esce il 28 febbraio. Un venerdì. «Questa volta mi telefonano e mi scrivono non solamente moltissimi lettori, ma anche leader di partito, sindacali, associazioni, circoli, e dicono che verranno alla mia manifestazione. Come sarebbe a dire, la mia manifestazione? Mi sento come uno che ha detto: ho un rubinetto che perde, e gli idraulici di tutta Italia gli dicono: riparalo tu, noi facciamo il tifo per te».
Non può più tirarsi indietro. Però «non è il mio mestiere, organizzare una piazza. Non ho dimestichezza con la politica. Non sono mai entrato a Montecitorio, le terrazze romane le ho viste solo nel film di Sorrentino, passo le giornate in cucina, come Guccini a Pavana». Come fare? «Arrivano in mio soccorso i sindaci. Mi dicono: ti diamo una mano. La organizziamo noi». Ci sono anche due di centrodestra, Palermo e Venezia. Bene. Benissimo. Poi ecco la pietruzza nell’ingranaggio. Due giorni dopo la convocazione Ursula Von der Leyen «spara una cifra spropositata» per il riarmo: 800 miliardi. Serra la bolla come «una proposta inutile e dannosa». Eppure parte una campagna «da un piccolo mondo rumoroso, dell’estrema sinistra, compresa quella di simpatie putiniane, veicolando questo sillogismo: chi manifesta per l’Europa manifesta per il riarmo. È esattamente il contrario. Ricevo mail tremende. Provo a rispondere. Ma non c’è varco. I fanatici sono come le armi e come i peti, non sono predisposti ad altra funzione che alla detonazione. Chi me lo ha fatto fare?”».
Il 15 marzo è un sabato dal cielo grigio, che minaccia pioggia. Un’ora prima dell’inizio già non si entra in piazza del Popolo. Via del Corso è intasata. In tanti ripiegano sul Pincio. La piazza viene chiusa. In tanti protestano. Dice Michele: «La realtà esiste, anche quando si comincia a dubitarne, anche quando la si vede sopraffatta dalla faziosità, dalle menzogne, dalla disonestà ideologica».
Ci sono 50mila persone! «Credo sia la prima volta nella storia nazionale che il dato della questura e quello degli organizzatori sono identici».
Non sorprenda «che la destra nazionalista e populista non volesse e non potesse fare parte di quella piazza. Dio, patria e famiglia sono il contrario dello spirito federalista europeo, che è transnazionale, laico, aperto ai diritti. L’Europa di Meloni è l’Europa delle Nazioni, l’Europa degli europeisti è sovranazionale». «Bravo» gli gridano da piazza Maggiore, piena di affetto. Serra esalta «il pacifismo magnifico, generoso, attento alle persone, il pacifismo cattolico, Sant’Egidio, Acli, la Comunità Rondine: «Era in piazza con noi». Qual è la lezione per «quelli che non si sentono indifferenti e impotenti?» Risponde così: «Abbiamo ancora molte cose da dirci, prima della fine del mondo».