✕

I costi del conflitto: petrolio e gas ancora più cari, Wall Street chiude in ribasso

Simulazione di un'esercitazione militare iraniana nello stretto di Hormuz 

Ascolta l'audio

Il greggio ieri è salito del 6%: secondo gli analisti il rischio è che arrivi a un più 25. Anche le borse europee in netto calo
1 minuti di lettura

ROMA – La paura ha un nome preciso: Stretto di Hormuz. È il terrore che Teheran blocchi la navigazione su quelle 35 miglia marine che separano l’Iran dai Paesi del Golfo, a paralizzare i mercati fin dal primo attacco israeliano ieri notte. Tutte le borse europee hanno chiuso in perdita, con ribassi dal -0,42% di Londra al -0,94 di Parigi fino al -1,27% di Milano e Francoforte, e anche Wall Street verso la chiusura era in passivo intorno all’1%. Beni rifugio come l’oro si sono impennati, e per una volta anche il dollaro ha ripreso lo 0,58% sull’euro sul livello di 1,15. Intanto il greggio è schizzato del 12% (sulla chiusura di giovedì) fino a 78,5 dollari nelle prime ore dopo lo strike di Israele, dopodiché ha ripiegato fino a chiudere a 73,9 dollari, in aumento del 6,6% (varietà Brent). È più o meno il livello del 2 aprile, il “Liberation Day” dei dazi di Trump, dopodiché il greggio ha conosciuto una fase ribassista fino a 60 dollari il 5 maggio, a causa del rallentamento dell’economi…

ROMA – La paura ha un nome preciso: Stretto di Hormuz. È il terrore che Teheran blocchi la navigazione su quelle 35 miglia marine che separano l’Iran dai Paesi del Golfo, a paralizzare i mercati fin dal primo attacco israeliano ieri notte. Tutte le borse europee hanno chiuso in perdita, con ribassi dal -0,42% di Londra al -0,94 di Parigi fino al -1,27% di Milano e Francoforte, e anche Wall Street verso la chiusura era in passivo intorno all’1%. Beni rifugio come l’oro si sono impennati, e per una volta anche il dollaro ha ripreso lo 0,58% sull’euro sul livello di 1,15. Intanto il greggio è schizzato del 12% (sulla chiusura di giovedì) fino a 78,5 dollari nelle prime ore dopo lo strike di Israele, dopodiché ha ripiegato fino a chiudere a 73,9 dollari, in aumento del 6,6% (varietà Brent). È più o meno il livello del 2 aprile, il “Liberation Day” dei dazi di Trump, dopodiché il greggio ha conosciuto una fase ribassista fino a 60 dollari il 5 maggio, a causa del rallentamento dell’economia mondiale.

Ora cambia tutto con uno scenario ben più angoscioso. Oltre alla moltiplicazione dei fronti di guerra, il blocco di Hormuz porterebbe a un rialzo del petrolio, secondo gli economisti, di almeno il 25% rispetto ai livelli di ieri, portando il greggio in zona 100 dollari, considerata la soglia della recessione globale. Attraverso lo Stretto di Hormuz, a monte del quale si trovano i terminali petroliferi di Arabia Saudita, Iraq, Bahrein, Kuwait ed Emirati, oltre a quelli iraniani, transita ogni giorno un terzo di tutto il petrolio mondiale: 24 milioni di barili.

È dalla rivoluzione khomeinista del 1979 che il regime degli ayatollah minaccia il blocco navale, nei tanti momenti di tensione di questi anni. Ci è riuscito solo in un paio di occasioni durante la guerra con l’Iraq (1981-1988) salvo poi smobilizzare in fretta. Ma stavolta è diverso. È vero che la Quinta Flotta, di stanza di fronte al Bahrein, avrebbe la capacità di forzare il blocco, ma perfino Trump avrebbe delle esitazioni di fronte a quello che sarebbe un atto di guerra esplicito.

E poi non c’è solo lo Stretto: alcuni dei maggiori giacimenti petroliferi sauditi e iracheni sono raggiungibili dall’artiglieria e dai droni iraniani. Già nel 2019 l’Iran mise fuori gioco l’infrastruttura petrolifera saudita provocando il rialzo del 20% delle quotazioni mondiali. Anche se nel 2023 Teheran e Riad hanno riaperto i canali diplomatici, la minaccia israeliana ribalta nuovamente il quadro. Sotto attenzione ora c’è Kharg Island: è il terminale del 90% dell’export iraniano. Sotto il tiro di Nethanyau.

Leggi i commenti