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I leader europei temono uno scambio con Putin per piegare Kiev alla resa

I leader del G7 con Costa e von der Leyen

 

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La Ue rinuncia alla de-escalation. L’incontro della premier con Trump, la proposta su Gaza
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KANANASKIS – Qualche minuto prima del G7, in un angolo del Pomeroy Kananaskis Mountain Lodge. Donald Trump si ferma per qualche minuto con Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni. Gli europei ci mettono un attimo a capire quello che già sentono di aver intuito: Israele non si fermerà, non subito. Non lo farà perché il presidente americano sostiene l’azzeramento del regime. Si tratta di uno scenario che i big continentali non possono - e neanche davvero vogliono - fermare. E dunque lo accettano, di fatto. Cercheranno di non parlare troppo di de-escalation, limitandosi al più blando concetto di «negoziato». Proveranno però almeno a sollecitare un’eventuale transizione ordinata a Teheran. Vogliono evitare il caos politico e la guerriglia etnica, un vuoto di potere che infiammi la regione e sfoghi i suoi effetti sul vecchio continente. Ma soprattutto, lavoreranno per disturbare un’opzione geopolitica che sentono approssimarsi: un patto tra il tycoon e Putin. Che includa non solo il…

KANANASKIS – Qualche minuto prima del G7, in un angolo del Pomeroy Kananaskis Mountain Lodge. Donald Trump si ferma per qualche minuto con Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni. Gli europei ci mettono un attimo a capire quello che già sentono di aver intuito: Israele non si fermerà, non subito. Non lo farà perché il presidente americano sostiene l’azzeramento del regime. Si tratta di uno scenario che i big continentali non possono - e neanche davvero vogliono - fermare. E dunque lo accettano, di fatto. Cercheranno di non parlare troppo di de-escalation, limitandosi al più blando concetto di «negoziato». Proveranno però almeno a sollecitare un’eventuale transizione ordinata a Teheran. Vogliono evitare il caos politico e la guerriglia etnica, un vuoto di potere che infiammi la regione e sfoghi i suoi effetti sul vecchio continente. Ma soprattutto, lavoreranno per disturbare un’opzione geopolitica che sentono approssimarsi: un patto tra il tycoon e Putin. Che includa non solo il Medio Oriente, ma anche Kiev. Sulla pelle degli ucraini. Scaricando l’Europa.

Ne avevano discusso anche domenica sera, al bar del resort dei Sette. Da alcune ore, l’intelligence e la diplomazia delle principali cancellerie Ue, Roma compresa, hanno ricevuto infatti un altro messaggio degli iraniani: siamo pronti a negoziare, se gli Usa restano fuori dal conflitto. Letto in controluce, è un segnale di debolezza, indizio di imminenti rivolgimenti. Quando i leader europei si ritrovano dunque per un bicchiere, utile ad affrontare le montagne russe trumpiane, il quadro sembra già delinearsi. Il tedesco Friedrich Merz è il più netto a sostegno della campagna d’Israele: l’Iran - si espone - non può avere l’atomica, e Tel Aviv ha diritto a difendersi, fermo restando la necessità di uno «spazio diplomatico» per il negoziato.

Sanno che l’indomani il tycoon traccerà la nuova mappa del mondo. E temono la sponda tra Washington e Mosca per scambiare il nuovo corso a Teheran con la sostanziale sottomissione degli ucraini alle condizioni del Cremlino. Nel faticoso comunicato congiunto per invocare una tregua in Medio Oriente, non c’è traccia di condanna della guerra russa. E se Volodymyr Zelensky ha evitato un nuovo “trattamento Trump” durante la sessione a lui dedicata oggi, è solo perché il tycoon a sorpresa se ne è andato. La strategia europea, se davvero di strategia in questo caos di può parlare, è tentare di reagire fissando almeno una linea rossa che l’Europa «non può accettare»: nessuna riabilitazione di Putin. Prima ancora del principio, prevale una valutazione pratica: ne va della sicurezza del continente.

Chi l’ha detto in chiaro è Macron: «Non credo a una sua mediazione». Anche Merz non vede lo Zar in «quel ruolo». Lo lascia intendere Starmer, chiedendo nuove sanzioni alla Russia per fermare una «guerra illegale».

Meloni si espone meno, fedele alla necessità di non strappare con Trump. Ma siede al tavolo europeo, condivide le stesse angosce. Pubblicamente sceglie però di impegnarsi su un altro dossier, in queste ore meno centrale: Gaza. Studia una proposta per il cessate il fuoco, la sottopone ai big europei ricevendo - dice Palazzo Chigi - alcune «aperture». Certo è che l’italiana continua a coltivare anche il nuovo rapporto di necessità con Macron. Le telecamere rubano un colloquio fitto, con il francese che siede al suo fianco. A un certo punto la leader si mostra stupita e fa segno di approvazione con il pollice. Poi l’incontro “sulla panchina” con Trump, foto del bilaterale in cui la premier, nel corso della conversazione, ha ribadito la necessità di lavorare per il raggiungimento di un cessate il fuoco a Gaza.

Fuori dal salone del summit, intanto, gli agenti sorvegliano. Per bloccare gli orsi hanno piazzato barriere elettriche alte due metri e mezzo. La vigilanza si concentra attorno al campo da golf, amato da Trump. È giugno, stagione di accoppiamento. L’allerta è massima.

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