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Separazione carriere, tra polemiche e accuse. Le opposizioni: “È la legge-vendetta sui magistrati”

I banchi della destra vuoti nell'aula del Senato durante la discussione sulla separazione delle carriere dei magistrati

 (ansa)

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Al via la discussione in senato, vuoti i banchi della maggioranza. Nordio: “Realizzo il disegno di Gelli? Anche lui aveva qualche pensiero giusto”
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Non è un giorno come gli altri. La posta in gioco è l’indebolimento della separazione dei poteri e i banchi della destra, sfrontatamente, restano di fatto vuoti per tutti i lavori. È una lunga maratona quella del centrosinistra che, in aula, parla a se stesso attaccando il ddl sulla separazione delle carriere in magistratura: riforma “eversiva”, “incostituzionale”, “pericolosa per le garanzie del cittadino”, una legge che “partorirà solo un pm controllato e controllabile, sottoposto al potere politico”. Ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, lasciando il Senato, preferisce ironizzare: “Ne ho sentite tante. Mi colpisce l’accusa che io stia per realizzare lo stesso disegno che aveva Licio Gelli. Non sono offeso. Anche Gelli, qualche volta, sarà inciampato in un pensiero giusto”.

Tra scintille e accuse incrociate dura otto ore nell’aula di Palazzo Madama la discussione che porterà entro qualche settimana alla seconda approvazione della riforma sulla giustizia: sarà il giro di boa, …

Non è un giorno come gli altri. La posta in gioco è l’indebolimento della separazione dei poteri e i banchi della destra, sfrontatamente, restano di fatto vuoti per tutti i lavori. È una lunga maratona quella del centrosinistra che, in aula, parla a se stesso attaccando il ddl sulla separazione delle carriere in magistratura: riforma “eversiva”, “incostituzionale”, “pericolosa per le garanzie del cittadino”, una legge che “partorirà solo un pm controllato e controllabile, sottoposto al potere politico”. Ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, lasciando il Senato, preferisce ironizzare: “Ne ho sentite tante. Mi colpisce l’accusa che io stia per realizzare lo stesso disegno che aveva Licio Gelli. Non sono offeso. Anche Gelli, qualche volta, sarà inciampato in un pensiero giusto”.

Tra scintille e accuse incrociate dura otto ore nell’aula di Palazzo Madama la discussione che porterà entro qualche settimana alla seconda approvazione della riforma sulla giustizia: sarà il giro di boa, visto che poi occorreranno altri due sì, persino più veloci (alla Camera entro settembre, poi di nuovo al Senato), prima dell’inevitabile referendum confermativo. La riforma Nordio-Meloni prevede, oltre alla netta distanza tra pubblici ministeri e giudici, con concorsi e formazioni distinte, anche la creazione di due relativi Consigli superiori, con il sorteggio dei membri togati e laici, e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare.

Il primo scoglio in aula dura pochissimo: cadono le tre pregiudiziali di costituzionalità di Pd, Avs e M5s (con 110 no, 52 sì, e 3 astenuti), un’aspra frizione interna colpisce il Pd quando il senatore Pier Ferdinando Casini dissente dai profili di illegittimità (pur essendo molto critico sulla legge) e si astiene dal voto, i vertici non gradiscono, qualche riformista invece lo applaude. Ma la lotta è con la destra: la maggioranza si dilegua, resta il viceministro Sisto, Nordio chiacchiera con alcuni meloniani che stanno uscendo, protesta l’opposizione, arriva il richiamo della presidente di turno Rossomando, e dalla maggioranza già si annunciano forzature e “canguro” per abbattere, la prossima settimana, buona parte dei 1300 emendamenti.

“Abbiamo assistito a forzature e modalità che non hanno precedenti nella storia della Repubblica su un ddl di revisione costituzionale – mette in fila tutti i pezzi Andrea Giorgis, il costituzionalista del Pd – Ma perché blindare una riforma così sconclusionata, alla fine pericolosa per la garanzia dei diritti dei cittadini? Perché siamo di fronte alla volontà di rimuovere i limiti della separazione dei poteri e della legalità costituzionale”. Tutti e 36 i senatori dem si iscrivono a parlare. Un piccolo coup de theatre è l’intervento di Filippo Sensi: “Tanta virulenza, animosità e rancore ancora per la magistratura. L’unico risultato possibile di questa legislatura è nel segno del vecchio redivivo berlusconismo. Qui non vince Meloni, nemmeno Salvini, neppure Tajani. Tutto per Lui. A Silvio. Non leopardiano, purtroppo. Solo gattopardesco”. E Roberto Cataldi del M5s : “Un deliberato atto vendicativo nei confronti di un potere scomodo, portato avanti con l’arroganza delle forzature, che hanno blindato un testo di revisione costituzionale rendendolo immodificabile”.

La destra cita Borsellino e perfino Togliatti in cerca di paternità autorevoli al ddl. “Le vostre accuse sono incomprensibili – spiega il meloniano Lucio Malan -Chiederemo ai cittadini: vi va bene questa giustizia?”. E dal Pd Cecilia D’Elia gli risponde piccata, citando una toga rossa del calibro di Nello Rossi: “E’ sbagliato, Malan, la vostra sarebbe una domanda menzognera: perché in questa riforma non c’è davvero nulla che dia risposta ai problemi della giustizia. Il vostro bersaglio è la disarticolazione del governo autonomo delle toghe introdotto della Costituzione. Ma dovreste sapere che aver vinto le elezioni non vi fa padroni di tutti i poteri, tantomeno della Carta”. E l’allarme di Peppe De Cristofaro e Ilaria Cucchi da Avs: “State stravolgendo il disegno costituzionale: indebolite il potere giudiziario in favore di quello politico. E’ un attacco alla democrazia di una destra che non ammette poteri di controllo”.

Ma Maurizio Gasparri, alla rete ammiraglia di Telemeloni, sul Tg1, annuncia come fosse già tutto compiuto, tanto è questione di ore: “Con questa riforma voluta da Forza Italia a da tutto il centrodestra finalmente finisce l’uso politico della giustizia. Un sistema che funzioni rispetto ai cittadini”. Eppure lo stesso Nordio, durante una pausa e un bicchiere di vino alla buvette del Senato, mentre parla di concerti e spettacoli, riconosce che vi sono criticità da migliorare. “L’ho detto anche a un convegno: ad esempio sul sorteggio dei membri Csm, miglioreremo dopo”. E allora perché la stonatura di rendere il testo immodificabile? Torna a sorridere, il ministro: “Non sono note stonate. Solo dissonanze. C’è una bella differenza”.

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