ROMA – Più che «abbattere lo Stato sionista», come ingiunge uno striscione del partito comunista dei lavoratori, gli organizzatori di questa piazza «contro il riarmo europeo» hanno rischiato di abbattere i più anziani, convocando l’appuntamento con i quaranta gradi all’ombra di Roma alle due del pomeriggio. Comunque, eccoci qua, molti di più di quanto si aspettavano i promotori. Non saranno magari i centomila sbandierati alla fine del corteo, ma certo la questura stavolta è stata un po’ avara a stimarne solo diecimila. In ogni caso sono tanti. E soprattutto sono pacifici. Per fortuna, le uscite più truculente, gli slogan unilaterali, le parole incendiarie, quelle sono rimaste confinate all’altra manifestazione antagonista, che a piazza Vittorio riuniva giovani palestinesi, Potere al popolo e altre sigle di estrema sinistra.
Nel corteo principale pacifista niente bandiere bruciate, nessun attacco diretto a Elly Schlein (assente per un congresso socialista in Olanda), o al Pd che ha d…
ROMA – Più che «abbattere lo Stato sionista», come ingiunge uno striscione del partito comunista dei lavoratori, gli organizzatori di questa piazza «contro il riarmo europeo» hanno rischiato di abbattere i più anziani, convocando l’appuntamento con i quaranta gradi all’ombra di Roma alle due del pomeriggio. Comunque, eccoci qua, molti di più di quanto si aspettavano i promotori. Non saranno magari i centomila sbandierati alla fine del corteo, ma certo la questura stavolta è stata un po’ avara a stimarne solo diecimila. In ogni caso sono tanti. E soprattutto sono pacifici. Per fortuna, le uscite più truculente, gli slogan unilaterali, le parole incendiarie, quelle sono rimaste confinate all’altra manifestazione antagonista, che a piazza Vittorio riuniva giovani palestinesi, Potere al popolo e altre sigle di estrema sinistra.
Nel corteo principale pacifista niente bandiere bruciate, nessun attacco diretto a Elly Schlein (assente per un congresso socialista in Olanda), o al Pd che ha deciso di non aderire, e nessuno slogan “dal fiume fino al mare”, come amano salmodiare quelli che invocano la distruzione di Israele.
Certo, la rabbia contro il governo Netanyahu è tanta e forse, al di là della paura del piano von der Leyen di difesa comune, è proprio la guerra a Gaza che ha convinto tanti a venire a Roma per il corteo a cui hanno aderito oltre 400 associazioni, con dentro Acli, Arci, Greenpeace, Legambiente, Anpi, Emergency e tante altre, cattolici di base, molto volontariato. I “cattivi”, chiamiamoli così, se ci sono finiscono in fondo al corteo. Ma a parte qualche inquietante manico di piccone a sorreggere bandiere rosse, revival anni Settanta fuori tempo massimo, qualche stantio «pagherete caro, pagherete tutto», il corteo è un lungo e allegro serpentone non-violento. Pieno di anziani e bambini, di famiglie normali, di persone che il lunedì mattina vanno a lavorare ma oggi sono venute a Roma perché spaventate dalla guerra. La terza guerra mondiale di cui parlava Papa Francesco. Sono forse gli stessi che due settimane fa hanno riempito piazza San Giovanni, come non succedeva da tempo. E che, arrivati al Colosseo mentre la coda del corteo è ancora a porta San Paolo, si sdraiano tutti, a migliaia, sull’asfalto rovente, a simulare i morti civili di Gaza. Mentre dagli altoparlanti viene sparato a tutto volume un audio lancinante di un bombardamento aereo. Quattro minuti surreali, un paesaggio sospeso degno di un film di Wenders, davanti all’anfiteatro sacro ai martiri cristiani, con i turisti americani a fotografare e chiedersi: «What’s happening?».
Poi, certo, ci sono anche i politici. La delegazione cinque stelle è la più folta o, almeno, quella con più bandiere. In camicia blu - unico essere umano che riesce a non sudare come una fontana - spunta anche Giuseppe Conte. Ci si aspetta qualche punzecchiatura anti-Pd, ma tutto sommato il leader 5S si trattiene. Preferisce raccontare della mozione unitaria su Gaza, lanciare la manifestazione all’Aja contro la Nato di martedì prossimo. E se proprio lo si stuzzica sull’assenza del Pd, il «Pres» (così lo chiamano i suoi sempre ossequiosi) si trattiene al di qua della polemica: «Non giudico le delegazioni degli altri. E poi abbiamo firmato la mozione unitaria e il Pd c’è stato. Io sottolineo anche i passi congiunti compiuti insieme». Anche Fratoianni&Bonelli non stanno lì a cincischiare «su chi c’è e chi non c’è». E solo Conte, quando gli raccontano che dallo striscione dei Carc sono partiti fischi contro di lui (qualcuno che ricorda l’impegno per arrivare al 2 per cento del Pil per la difesa), si concede una battutina velenosa: «C’era anche la Pina Picierno?».
A cercarli bene, mischiati tra la folla come anonimi boy-scout, ci sono anche i pacifisti del Pd. Quelli riconoscibili sono cinque: Sandro Ruotolo, Arturo Scotto, Marco Tarquinio, Paolo Ciani e Cecilia Strada. «Se il Pd fosse per la guerra - si scalda Ruotolo - avrei sbagliato partito. E invece sono qui e sono nella segreteria Schlein». Si arrabbia solo quando gli si ricorda che la manifestazione anti-Nato di martedì prossimo, Giuseppe Conte l’ha convocata senza prima avvertire gli altri: «Sono testardamente unitario e quindi su questo chiudo lo bocca».
Si supera viale Aventino, poi la Fao, le pendici del Celio e, finalmente, il Colosseo. Il coro «siamo tutti palestinesi» martella da una parte all’altra del corteo. Arturo Scotto, sfatto dal caldo come tutti, sospira con una punta di rammarico: «È una piazza nostra questa, ci sono le Acli, l’Arci, la Cgil. È stato inutile e dannoso aprire un dibattito tra di noi su venire o non venire».