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Il generale Schill: “È allerta a sud, il Mediterraneo va protetto da una comunità di eserciti”

Il generale Pierre Schill, capo di stato maggiore dell’Esercito francese

 

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Il capo di stato maggiore dell’Esercito francese, il più grande della Ue: “L’autonomia significa la capacità per l’Europa di difendere i nostri interessi anche nel caso in cui l’impegno americano fosse parziale o ritardato”
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“È evidente, mentre prosegue l’aggressione russa contro l’Ucraina, che la principale sfida alla sicurezza per gli europei si trova a Est. Ma l’intensità di un problema non cancella gli altri. Il potenziale d’instabilità dell’Africa e del Medio Oriente è enorme, come dimostrano i conflitti in tanti Paesi, da quelli che stanno dilagando nel Vicino Oriente al Sahel, passando per il Mar Rosso e il Sudan. Non possiamo disinteressarci del Sud”. Il generale Pierre Schill è il capo di stato maggiore dell’Esercito francese, il più grande della Ue: un ufficiale con una carriera straordinaria nelle missioni di pace da Sarajevo al Mali. Alla vigilia del vertice Nato discute con Repubblica delle minacce esistenti e future, a partire da quella russa.

Quanto è alto il rischio di uno scontro diretto tra l’Alleanza e la Russia?

“L’ipotesi di un attacco più o meno aperto contro un Paese membro dell’Alleanza non può essere esclusa. La Russia ha dimostrato la capacità di condurre una guerra contro u…

“È evidente, mentre prosegue l’aggressione russa contro l’Ucraina, che la principale sfida alla sicurezza per gli europei si trova a Est. Ma l’intensità di un problema non cancella gli altri. Il potenziale d’instabilità dell’Africa e del Medio Oriente è enorme, come dimostrano i conflitti in tanti Paesi, da quelli che stanno dilagando nel Vicino Oriente al Sahel, passando per il Mar Rosso e il Sudan. Non possiamo disinteressarci del Sud”. Il generale Pierre Schill è il capo di stato maggiore dell’Esercito francese, il più grande della Ue: un ufficiale con una carriera straordinaria nelle missioni di pace da Sarajevo al Mali. Alla vigilia del vertice Nato discute con Repubblica delle minacce esistenti e future, a partire da quella russa.

Quanto è alto il rischio di uno scontro diretto tra l’Alleanza e la Russia?

“L’ipotesi di un attacco più o meno aperto contro un Paese membro dell’Alleanza non può essere esclusa. La Russia ha dimostrato la capacità di condurre una guerra contro uno Stato vicino e di utilizzare tutti gli strumenti della coercizione strategica. Questo atteggiamento aggressivo riguarda innanzitutto l’Ucraina, ma minaccia anche altri Paesi confinanti, alcuni dei quali sono nostri alleati nella Nato. L’intimidazione si estende ai domini cibernetico e informativo: in Francia, si è già manifestata sotto forma di attacchi mirati, e abbiamo adottato misure per contrastarli. Un attacco diretto contro un Paese membro della Nato costituirebbe un salto di scala con conseguenze importanti per l’architettura della sicurezza mondiale ed europea. Il nostro obiettivo collettivo è scoraggiare una simile aggressione, dimostrando concretamente la nostra determinazione: lo scopo è prevenire la guerra e vincerla prima che inizi, insieme ai nostri alleati e partner”.

Ma l’Europa è in grado di difendersi senza le forze statunitensi?

“Il sistema di difesa dell’Europa è integrato in quello della Nato. L’autonomia strategica europea non implica una rottura con gli Usa, che restano il principale contributore dell’Alleanza. Ma gli Stati Uniti ci dicono sempre più apertamente che non vogliono più essere obbligati a difendere l’Europa. L’autonomia significa la capacità, per noi, di difendere i nostri interessi e di agire, anche nel caso in cui l’impegno americano fosse parziale o ritardato. La Francia ha adottato una legge di programmazione militare per il 2024-2030 che prevede un aumento del 40% delle spese: queste risorse consentiranno una trasformazione delle forze armate, in particolare dell’Esercito, per adattarle all’evoluzione delle minacce e agli sforzi condivisi tra europei”.

Lei ha dichiarato che ci sono tre sfide per costruire una Difesa europea: l’interoperabilità degli equipaggiamenti, armamenti prodotti insieme da più Paesi della Ue e la condivisione delle esperienze. Quali sono gli ostacoli che vanno superati?

“Il modello d’interoperabilità per l’Esercito francese è il partenariato CaMo (Capacité Motorisée) sviluppato con il Belgio e mira alla creazione di unità immediatamente compatibili (“plug and fight”) tra le forze dei due Paesi. Questo modello di intimità strategica si basa su equipaggiamenti comuni e una cultura condivisa. Anche la cooperazione italo-francese nel contesto della missione Unifil in Libano illustra una coordinazione operativa efficace. Sono i primi passi di una conoscenza reciproca indispensabile per l’interoperabilità. Una cultura comune non si impone: si costruisce nel tempo, attraverso la conoscenza e la fiducia reciproche, il dialogo dottrinale e l’addestramento congiunto. Ma al di là del know-how condiviso, i sistemi d’informazione, di comando o logistici restano nazionali e la mancanza di standardizzazione è un ostacolo. Inoltre la frammentazione industriale europea rallenta lo sforzo comune. Il sistema missilistico contraereo SAMP/T sviluppato da Francia e Italia dimostra che una cooperazione strutturata può portare a un sistema performante, esportabile e interoperabile”.

La collaborazione tra Francia e Italia nella missione Onu Unifil sul confine tra Libano e Israele rappresenta un modello di integrazione europea?

“La cooperazione italo-francese all’interno di Unifil in Libano illustra un’efficace cooperazione operativa. È un esempio incoraggiante. Raggiungere una “intimità strategica” implica di più: un’interoperabilità rafforzata attraverso equipaggiamenti comuni, mezzi di comando integrati, addestramento congiunto e pianificazione condivisa. Ogni impegno multinazionale – dall’Unifil alle missioni dell’Ue o della Nato – contribuisce a rafforzare questa interoperabilità e a gettare le basi di una cultura comune. È un processo progressivo, ma necessario, affinché l’Europa possa un giorno agire militarmente in modo pienamente integrato”.

Tutti gli occhi sono rivolti a Est, ma sul fronte Sud della Nato dalla Libia al Sahel e più in generale in tutto il Mediterraneo sconvolto dai nuovi conflitti aperti dopo il 7 ottobre 2023 c’è una grande faglia d’instabilità. Voi avete riunito tutti i capi di Stato maggiore degli eserciti del Mediterraneo: come contate di affrontare queste minacce?

“Le iniziative volte a riunire gli Stati mediterranei non sono nuove, e costellano la storia degli ultimi trent’anni. Nessuna però esisteva a livello delle forze terrestri. A questo ha risposto il simposio di Tolone, che ha riunito 14 capi di stato maggiore e ha permesso un confronto su preoccupazioni comuni, come le questioni di sicurezza, le minacce ibride, il soccorso alle popolazioni in caso di catastrofi naturali. Con l’aiuto dell’Italia, questa dinamica sarà rafforzata: l’incontro di Tolone può essere considerato l’embrione di una comunità terrestre di difesa nel Mediterraneo”.

Quali sono le lezioni più importanti che avete tratto dalla guerra in Ucraina? Come si prepara l’Esercito francese ai nuovi scenari dei conflitti ad alta intensità?

“Dal punto di vista militare, è evidente che le nuove forme di combattimento si sovrappongono alle vecchie senza sostituirle. Agli scontri di trincea che ricordano la Prima Guerra Mondiale si affiancano le forme più moderne d’impiego dei droni e della guerra elettronica. L’evoluzione sul campo di battaglia è così rapida che la lezione principale è la necessità di adattarsi continuamente. Alla necessaria forza morale, che resta il fondamento della potenza di un esercito, deve aggiungersi una modernizzazione urgente delle capacità di comando, di fuoco in profondità e di protezione, in particolare contro il moltiplicarsi delle minacce aeree, dai droni ai missili balistici. I nostri eserciti devono contribuire alla resilienza e allo spirito di difesa della nazione. La lezione fondamentale è proprio lo spirito di difesa. Gli eserciti possono reggere il fronte per vincere una battaglia, ma è la nazione che vince la guerra”.

Lei vuole trasformare l’Esercito francese in una forza multidominio, capace di combattere sul fronte cyber e della guerra elettromagnetica. Come?

«L’osservazione dei conflitti recenti, dall’Ucraina a Gaza, conferma la pertinenza della trasformazione intrapresa dall’Esercito francese dal 2023 che ha come obiettivo quello di consolidare la nostra capacità di schierare una divisione in trenta giorni, entro il 2027, con supporti di fuoco e logistici adatti a un impegno ad alta intensità. Questa struttura integrerà le capacità di azione in tutti gli ambienti e in tutti i campi, per affrontare l’ibridità. Tali capacità sono integrate negli esercizi principali, testate in condizioni reali e dispiegate all’interno delle forze di contatto. L’esercitazione Diodore nel marzo 2025 ha offerto l’opportunità di addestrare i mezzi di intelligence e di azione nella profondità operativa in condizioni molto realistiche. Queste esercitazioni però devono essere realizzate in coalizione con i nostri partner e il prossimo anno le forze Armate italiane parteciperanno all’esercitazione Orion”.

Quale è il ruolo dell’Esercito francese nel proteggere il Paese dalle minacce ibride?

“Le minacce ibride mirano a destabilizzare mantenendosi al di sotto della soglia di un conflitto aperto. Possono assumere forme diverse, dall’azione fisica agli attacchi nel campo informativo. In risposta, il ruolo dell’Esercito francese è triplice. Innanzitutto, consiste nella protezione delle infrastrutture critiche e il supporto fornito alle autorità civili. I reparti cibernetici offrono poi una valutazione della minaccia e i mezzi per contrastarla, grazie a capacità di sorveglianza e di lotta informativa. Infine, l’Esercito contribuisce a rafforzare lo spirito di difesa e la coesione nazionale attraverso le interazioni con la gioventù. La credibilità di una postura strategica si basa anche sulla capacità di identificare e neutralizzare aggressioni non militari”.

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