Giorgia Meloni parla latino per mascherare una realtà che sa impopolare. «Si vis pacem, para bellum», dice in Senato citando i romani, se vuoi la pace prepara la guerra, per giustificare così l’aumento delle spese militari. La Lega non le digerisce. Pd e M5S gliele rinfacciano. Infatti subito Elly Schlein l’attacca: «Vorrei dirle che rispetto a 2000 anni fa il mondo ha fatto dei passi avanti nella risoluzione delle controversie. Preparare la guerra, come pensa lei, è il contrario di quello che serve e vuole l’Italia». «Non devono essere sacrificati settori chiave sanità, scuola, welfare e lavoro», puntualizza anche il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo in Transatlantico. Che i leghisti siano insofferenti, lo sa benissimo Matteo Renzi che dopo l’intervento di Massimo Garavaglia si alza dal proprio scranno e gli va incontro per fargli i complimenti: «Hai fatto un discorso profondo, peccato per la frase finale a favore del governo. Ma so che non la pensi». Garavaglia ride. Ma da…
Giorgia Meloni parla latino per mascherare una realtà che sa impopolare. «Si vis pacem, para bellum», dice in Senato citando i romani, se vuoi la pace prepara la guerra, per giustificare così l’aumento delle spese militari. La Lega non le digerisce. Pd e M5S gliele rinfacciano. Infatti subito Elly Schlein l’attacca: «Vorrei dirle che rispetto a 2000 anni fa il mondo ha fatto dei passi avanti nella risoluzione delle controversie. Preparare la guerra, come pensa lei, è il contrario di quello che serve e vuole l’Italia». «Non devono essere sacrificati settori chiave sanità, scuola, welfare e lavoro», puntualizza anche il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo in Transatlantico. Che i leghisti siano insofferenti, lo sa benissimo Matteo Renzi che dopo l’intervento di Massimo Garavaglia si alza dal proprio scranno e gli va incontro per fargli i complimenti: «Hai fatto un discorso profondo, peccato per la frase finale a favore del governo. Ma so che non la pensi». Garavaglia ride. Ma dai banchi della Lega ridono anche quando Renzi sbertuccia il ministro Tajani: «Sulla guerra non gliene va bene una». Persino a Meloni scappa un sorriso. Tajani, che forse se l’aspettava, non c’è. Lo scatenato Renzi lo farà notare a Romeo: «Anche voi ridevate». E Romeo: «Io non c’ero, per evitare...».
A Palazzo Madama va in scena la replica del dibattito alla Camera di lunedì, in vista del Consiglio europeo. Che possiamo fare di fronte al mondo in fiamme? Ecco, va detto subito che non solo la maggioranza, ma anche l’opposizione mostra divisioni al suo interno. Il clima è diverso rispetto a Montecitorio. Più complesso. Più frastagliato. Più dialogante. Carlo Calenda elogia l’intervento della premier: «Condivido larga parte di quello che ha detto il governo». Tre senatori pd, Casini, Sensi, Malpezzi, votano la risoluzione di Azione. Meloni prova a incunearsi nelle divisioni della minoranza, perché «è tempo di ragionare insieme». Si rivolge ai democratici Alessandro Alfieri e Graziano Delrio. Con il primo si dice d’accordo sulla proposta di utilizzare il piano Mattei per la sicurezza, con il secondo ragiona sulla crisi del multilateralismo.
A ben vedere non è la solita Meloni ultrà. Non nei toni. Preoccupata. Guardinga. Postura rigida. Sguardo teso. Prende frenetici appunti. «Non è tempo da campagna elettorale», confessa. La situazione impone un bagno di realismo. Ha già detto che arriveremo al 5 per cento del Pil. Ma fino a che punto bisogna spingersi con la retorica? Cerca sponde. Dopodiché non difende solo il riarmo. Difende anche Trump. Appassionatamente. «Non sono d’accordo quando si dice che il caos dipende dalla sua amministrazione. Trump non c’era quando è avvenuta l’invasione russa. Nemmeno il 7 ottobre c’era. Non c’era ai tempi della Libia, della Serbia». Dai banchi del centrodestra parte l’ovazione. Fa una precisazione patriottica: «Le spese saranno destinate alle aziende italiane». E dice che la crisi del multilateralismo non può essere imputata al nazionalismo: «Non credo che vuole indebolire l’Europa, ma che l’Europa si sia indebolita da sola, grazie a quelli che pensavano che l’Ue dovesse essere un super stato burocratico che controllava qualsiasi cosa e limitava la possibilità degli Stati nazionali di esprimersi. Questo ha allontanato i cittadini dal sistema europeo. Credo nel multilateralismo, ma se vuole tornare a contare, deve anche fare i conti con i suoi errori».
L’ex premier Mario Monti le ricorda che l’Italia, sinora «è stata muta di fronte a quello che è successo in Medio Oriente per paura: nella speranza di ricavarne qualche vantaggio». Renzi le fa quattro domande, vuole sapere perché non contiamo più. «Non risponderò alle provocazioni», replica Meloni. Delrio cita il monito di Mattarella a Marsiglia sul rischio di tornare agli anni Trenta. Sui telefoni arrivano le notizie del cessate il fuoco infranto dall’Iran. «Però Teheran ha confermato la volontà della tregua e questo si potrebbe leggere come una divisione, siamo quindi fiduciosi sul fatto che si possa tornare alle negoziazioni», prova a cogliere un segno la presidente del Consiglio. Poi la senatrice M5S Elisa Pirro sostiene che anche «sua figlia le chiederà conto di quello che succede nel mondo». La premier la guarda torva. Dai banchi di Fratelli d’Italia urlano: «Vergogna! Come ti permetti?». Giorgia Meloni esce dall’aula.