Se il potere spia giornalisti e oppositori
di Giancarlo de CataldoProbabilmente narcotizzati dalle ultimissime su Garlasco, stiamo mantenendo un ostentato understatement nei confronti della vicenda dei giornalisti spiati a mezzo Paragon. Eccezion fatta per questo giornale e per i ripetuti interventi del senatore Renzi, sembra lasciare alquanto indifferenti il tema di una democrazia nella quale si può inoculare nei cellulari di cronisti un micidiale strumento di captazione. Senza sapere chi lo abbia deciso, o per conto di chi, e soprattutto perché. In passato, certe cose andavano diversamente. Viene in mente una vecchia cronaca di servizi segreti, libertà di informazione, democrazia e privacy che affonda radici, addirittura, nel Risorgimento italiano. Nel 1844 il responsabile politico dei servizi segreti inglesi, sir James Graham, ordinò di spiare Giuseppe Mazzini. Il rivoluzionario italiano era esule a Londra da qualche anno, si occupava di togliere dalla strada i piccoli connazionali venduti dalle poverissime famiglie d’origine a mercanti senza scr…
Probabilmente narcotizzati dalle ultimissime su Garlasco, stiamo mantenendo un ostentato understatement nei confronti della vicenda dei giornalisti spiati a mezzo Paragon. Eccezion fatta per questo giornale e per i ripetuti interventi del senatore Renzi, sembra lasciare alquanto indifferenti il tema di una democrazia nella quale si può inoculare nei cellulari di cronisti un micidiale strumento di captazione. Senza sapere chi lo abbia deciso, o per conto di chi, e soprattutto perché. In passato, certe cose andavano diversamente. Viene in mente una vecchia cronaca di servizi segreti, libertà di informazione, democrazia e privacy che affonda radici, addirittura, nel Risorgimento italiano. Nel 1844 il responsabile politico dei servizi segreti inglesi, sir James Graham, ordinò di spiare Giuseppe Mazzini. Il rivoluzionario italiano era esule a Londra da qualche anno, si occupava di togliere dalla strada i piccoli connazionali venduti dalle poverissime famiglie d’origine a mercanti senza scrupoli che li avviavano al lavoro nelle miniere, all’accattonaggio, quando non alla prostituzione. Mazzini li accoglieva, sfamava, istruiva in vere e proprie scuole popolari.
Pratiche che irritavano non poco il clero, depositario del monopolio dell’istruzione, e un certo capitalismo di ventura che sulla mano d’opera a costo zero degli schiavi-immigrati faceva affidamento. Mazzini, certo, cospirava, e ambiva a formare degli autentici “antagonisti”, diremmo oggi. Ma indubbiamente non addestrava nemici della Corona, nei cui confronti, al contrario, provava un forte rispetto. E infatti, sir Graham non faceva spiare Mazzini per sua iniziativa, ma per venire incontro alle richieste degli Austriaci, contro i quali, come è noto, Mazzini combatteva per il suo ideale di un’Italia libera, unita e repubblicana. Lo strumento di spionaggio era la violazione della corrispondenza (ogni tempo ha le sue tecnologie). Le lettere indirizzate al Maestro — come veniva chiamato dai rivoluzionari di mezzo mondo — erano aperte e poi richiuse. Va da sé che dopo un po’ Mazzini se ne accorse, e denunciò pubblicamente l’accaduto. Scoppiò un putiferio: non solo insorsero le opposizioni radicali (al governo, in quel momento, c’erano i conservatori), ma intellettuali del calibro di Browning, Dickens, e persino Thomas Carlyle, non certo un pericoloso anarchico, pronunciò discorsi incendiari in difesa dell’italiano. E le polemiche aumentarono quando si venne a sapere che, anche grazie a questa attività di spionaggio, la spedizione dei fratelli Bandiera era fallita, e i due eroi erano stati fucilati. Il governo inglese, costretto ad ammettere le proprie responsabilità, rivendicò la legittimità di impiegare lo spionaggio come strumento di difesa della nazione: scusa debole, e che fu molto contestata, visto che, come si è detto, Mazzini non avrebbe potuto in alcun modo danneggiare Londra. In ogni caso, il controllo “legale” sulla corrispondenza fu, da quel momento, molto ridotto.
Fatte le debite proporzioni, dunque, stiamo vivendo una vicenda assai simile a proposito dell’affare Paragon. Dove si spiano giornalisti: come se al tempo, accanto a Mazzini, fossero finiti nel mirino dei servizi di Sua Maestà direttamente i vari Dickens o Carlyle. Ma sorge legittima una domanda: se per difendere un rivoluzionario (Mazzini lo era), ricercato dalle polizie di mezzo mondo (Mazzini lo era), scesero in campo, in nome della libertà e della democrazia, fior di maestri del pensiero, che cosa dovrebbe accadere in Italia, oggi? Sir Graham rivendicò. Qui da noi non consta che qualcuno abbia alzato la mano assumendosi una qualche forma di responsabilità. I casi dunque sono tre: o gli israeliani ci hanno rifilato un software taroccato (e perché solo a noi?), o Dago e gli altri, in un sussulto masochistico, si sono spiati da soli, o qualcuno ha ordinato a qualcun altro di spiarli. Chi, e perché? Venire a capo di questo mistero, francamente, dovrebbe essere più interessante del presunto dna di Sempio. O no?