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Faccia a faccia in tribunale tra Saviano e Salvini: “vergognati”, “maleducato”

 

 

 (ansa)

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Lo scrittore è a processo per aver definito il segretario leghista “ministro della Mala vita” quand’era a capo del Viminale
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Promettere che «appena arriviamo al governo, toglieremo la scorta al signor Roberto Saviano», come Matteo Salvini aveva fatto nel corso della campagna elettorale del 2018, era «critica politica». E fa niente che, in realtà, era una fandonia: «Ho scoperto soltanto quando ero ministro che l’assegnazione delle scorte spetta a un organo tecnico, e infatti Saviano continua ad averla». Dire invece, citando Gaetano Salvemini su Giovanni Giolitti, che Salvini era il ministro della “mala vita” non è una critica. Ma una «frase lesiva della mia reputazione». Per questo la denuncia per diffamazione del 2018, ieri confermata in aula.

È stata una mattinata strana, secondo piano, edificio B, quella di ieri nel palazzo di giustizia di Roma: uno scrittore sul banco degli imputati, Roberto Saviano. Decine di autori, registi, attori tra il pubblico: Sandro Veronesi, Chiara Valerio, Nicola Lagioia, Domenico Procacci, Kasia Smutniak, Loredana Lipperini, solo per citare alcuni, tutti per «mostrare la nostr…

Promettere che «appena arriviamo al governo, toglieremo la scorta al signor Roberto Saviano», come Matteo Salvini aveva fatto nel corso della campagna elettorale del 2018, era «critica politica». E fa niente che, in realtà, era una fandonia: «Ho scoperto soltanto quando ero ministro che l’assegnazione delle scorte spetta a un organo tecnico, e infatti Saviano continua ad averla». Dire invece, citando Gaetano Salvemini su Giovanni Giolitti, che Salvini era il ministro della “mala vita” non è una critica. Ma una «frase lesiva della mia reputazione». Per questo la denuncia per diffamazione del 2018, ieri confermata in aula.

È stata una mattinata strana, secondo piano, edificio B, quella di ieri nel palazzo di giustizia di Roma: uno scrittore sul banco degli imputati, Roberto Saviano. Decine di autori, registi, attori tra il pubblico: Sandro Veronesi, Chiara Valerio, Nicola Lagioia, Domenico Procacci, Kasia Smutniak, Loredana Lipperini, solo per citare alcuni, tutti per «mostrare la nostra solidarietà a Roberto». Un vice premier, Matteo Salvini, nel ruolo della parte civile a chiedere che lo scrittore, anzi «l’imputato Saviano», come lo ha chiamato per tutto il tempo fosse condannato.

È stata una mattinata strana perché non ha avuto niente della grammatica di un’udienza. Sin dal principio: quando il ministro è arrivato, fresco di una dichiarazione sul reato di tortura («da rivedere e precisare» ha detto, a pochi metri dall’onorevole Ilaria Cucchi, sorella del torturato Stefano), Saviano lo ha guardato e per tre volte ha pronunciato la parola «vergogna». Per poi ripetergliela quando Salvini gli ha offerto la mano. «Cominciamo bene», ha chiosato il ministro. Aggiungendo: «È un maleducato».

Salvini, seduto al tavolo del testimone («ero abituato fino a qualche mese fa a quello da imputato»), davanti al pm Sergio Colaiocco, ha confermato la querela e spiegato che quelle parole di Saviano – «ministro della mala vita», appunto, ma anche l’accusa di essere «amico della ‘ndrangheta» – lo avevano «offeso da ministro, cittadino e segretario di partito: non è critica ma un’esplicita allusione a una contiguità che mi fa inorridire». Salvini ha così rivendicato il suo lavoro di ministro («51 latitanti arrestati, 16.738 beni dei clan restituiti alla comunità» ha spiegato l’avvocato di Salvini, Mattia Celva, che dal suo indirizzo mail risulta far parte dello studio legale di Claudia Eccher, la componente del Csm scelta dalla Lega) e ha spiegato che l’eco dei post di Saviano era arrivata anche ai suoi figli. Roberto Saviano, da par suo, ha confermato tutto quello che aveva detto. Dalla definizione di «ministro della mala vita». Ai rapporti in Calabria. «Oggi Salvini – ha detto lo scrittore – difende il suo parlamentare Domenico Furgiuele, nonostante il possibile imbarazzo derivante dalla storia criminale di Salvatore Mazzei, suocero di Furgiuele», condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. «Io non sapevo chi fosse il suocero di Furgiuele. E non mi interessa: perché non mi risulta che il nostro parlamentare abbia alcun precedente» ha detto Salvini, rispondendo alle domande dell’avvocato di Saviano, Antonio Nobile.

«Del resto – ha continuato Saviano – circostanze simili non creano a Salvini alcun imbarazzo. Suo suocero Denis Verdini e suo cognato Tommaso sono stati coinvolti entrambi in un’indagine, e Tommaso ha anche patteggiato la pena, per irregolarità verificate nell’assegnazione di commesse da parte d Anas, in rapporti strettissimi con il ministero di Salvini». Saviano ha ricordato come in un incontro nel 2018 a Rosarno «Salvini sostenne che il problema della Calabria fossero le baraccopoli e non la ‘ndrangheta e lo fece mentre, nelle prime file, sedevano uomini della famiglia Pesce, storicamente affiliata ai Belocco, noti narcotrafficanti». Quelle stesse organizzazioni «che brinderanno quando la prima pietra del ponte sullo stretto verrà posata, poiché allora potrà avere inizio l’ennesima grande abbuffata». La prossima udienza è fissata per il 19 novembre. Non sarà l’ultima. Anche perché Salvini ha presentato altre due querele contro Saviano. Decine contro i giornalisti.

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