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Meloni con Macron si appella agli Usa: “Una guerra tra noi non ha senso”

(agf)

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Il presidente francese diventa capofila dei partner continentali nella trattativa con Washington sulle tariffe. Oggi il Consiglio europeo
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«Non siamo il nemico, Donald». Glielo dicono in faccia, anche se protetti dal salone blindato del summit dell’Aia. Parlando dei dazi, si espongono Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Recyyp Erdogan. Ciascuno a modo suo, tutti senza strappare. Almeno qui, d’altra parte, Donald Trump non può replicare gli show che ama concedere davanti ai cronisti, mortificando gli interlocutori. Usano tatto, garbo, premesse che blandiscono: ma in qualche modo si espongono. Con concetti che si ripetono. «Signor Presidente - sostiene il francese, poi la premier - non ha senso una guerra commerciale tra alleati». Soprattutto perché quegli stessi alleati promettono miliardi, tanti miliardi, per la difesa comune. Il tycoon ascolta, un po’ sbuffa, ma insomma: poteva andare peggio. Considera il summit un trionfo, per una volta si contiene.

Il primo a esporsi è, come detto, Macron. E, secondo quanto raccontano fonti concordanti, si sbilancia: «Una guerra commerciale – è il senso delle sue parole – è antitetica a…

«Non siamo il nemico, Donald». Glielo dicono in faccia, anche se protetti dal salone blindato del summit dell’Aia. Parlando dei dazi, si espongono Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Recyyp Erdogan. Ciascuno a modo suo, tutti senza strappare. Almeno qui, d’altra parte, Donald Trump non può replicare gli show che ama concedere davanti ai cronisti, mortificando gli interlocutori. Usano tatto, garbo, premesse che blandiscono: ma in qualche modo si espongono. Con concetti che si ripetono. «Signor Presidente - sostiene il francese, poi la premier - non ha senso una guerra commerciale tra alleati». Soprattutto perché quegli stessi alleati promettono miliardi, tanti miliardi, per la difesa comune. Il tycoon ascolta, un po’ sbuffa, ma insomma: poteva andare peggio. Considera il summit un trionfo, per una volta si contiene.

Il primo a esporsi è, come detto, Macron. E, secondo quanto raccontano fonti concordanti, si sbilancia: «Una guerra commerciale – è il senso delle sue parole – è antitetica agli sforzi militari su cui ci stiamo impegnando». Sforzi, aggiunge, che per primo Trump reclama. Bisogna dunque evitare di schiacciare i partner. «Tra alleati – dirà al termine – è molto importante tornare ad una vera pace commerciale e ridurre tutte le barriere doganali innalzate».

Ma a sorprendere alcune cancellerie è soprattutto l’intervento di Meloni, in sostanziale asse con Macron. La premier prima tende la mano al Presidente americano, spiegando che Roma è pronta a sostenere le promesse sulla spesa militare contenute nel documento. Rivendica la flessibilità e la “verifica” del 2029 sugli obiettivi assunti. A un certo punto, però, il discorso vira sui dazi. E la leader ricorda a Trump che le barriere doganali fanno il gioco degli avversari. Le spese al 5% in difesa e la questione dei dazi, è il senso delle sue parole, «costituiscono un unico pacchetto». Di più: sono «due facce della stessa medaglia». Per questo, bisogna trovare un’intesa, evitando «guerre commerciali tra noi». «Il nemico è un altro. Di certo non è l’Occidente o l’Europa». Anche Erdogan si aggrega al pressing. Chiede un ripensamento, mette in guardia da errori potenzialmente fatali. Che Trump recepisca davvero il messaggio è da dimostrare. Che però resti seduto ad ascoltare l’intera sessione di lavori – più di tre ore – è vero. Ed è una notizia, per gli europei.

Il nodo dei dazi piomba oggi sul tavolo del Consiglio europeo. Macron, che si candida a diventare capofila della battaglia nelle prossime settimane, è intenzionato a riproporre il problema, indicando l’ostacolo: Donald Trump. La tensione, d’altra parte, è altissima: in pochi scommettono su un accordo tra Usa e Ue entro il 9 luglio, quando scadrà il congelamento delle misure. Anche Ursula von der Leyen è in allerta, perché non mancano critiche alla sua gestione. Quelle del cancelliere tedesco Friedrich Merz, ad esempio, che le ha imputato poca creatività e un eccesso di burocrazia nel suo approccio al tycoon. Meloni si manterrà più cauta, per preservare il rapporto con Washington. Le convergenze con Macron su diversi dossier, però, si moltiplicano (quasi per causa di forza maggiore). Di certo, la premier l’ha invitato a Roma per la conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, a luglio. A sorpresa, il Presidente francese potrebbe dire sì.

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