BRUXELLES – Una road map per la difesa». Per capire come spendere i soldi e soprattutto dove trovarli. Il giorno dopo l’intesa nella Nato per aumentare la spesa militare al 3,5% del pil, il Consiglio europeo si è ritrovato a fare di conto. E subito — e su quasi tutto — sono riemerse le solite spaccature, tra “falchi” e “colombe”. E così la mediazione ha portato ad incaricare Kaja Kallas, l’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, di stabilire entro il prossimo ottobre una «tabella di marcia» per raggiungere gli obiettivi di “prontezza” entro il 2030.
Il rinvio a ottobre nasconde però un braccio di ferro tesissimo. Perché una volta stabilito di far crescere gli investimenti bellici dei partner dell’Organizzazione Atlantica, molti Paesi non sanno…
BRUXELLES – Una road map per la difesa». Per capire come spendere i soldi e soprattutto dove trovarli. Il giorno dopo l’intesa nella Nato per aumentare la spesa militare al 3,5% del pil, il Consiglio europeo si è ritrovato a fare di conto. E subito — e su quasi tutto — sono riemerse le solite spaccature, tra “falchi” e “colombe”. E così la mediazione ha portato ad incaricare Kaja Kallas, l’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, di stabilire entro il prossimo ottobre una «tabella di marcia» per raggiungere gli obiettivi di “prontezza” entro il 2030.
Il rinvio a ottobre nasconde però un braccio di ferro tesissimo. Perché una volta stabilito di far crescere gli investimenti bellici dei partner dell’Organizzazione Atlantica, molti Paesi non sanno dove recuperare le risorse. E gli altri replicano con un secco: arrangiateci. Da una parte, dunque, Italia e Francia, dall’altra Germania, Olanda e scandinavi. Con una richiesta dei primi di ricorrere al «debito pubblico europeo» attraverso l’emissione di nuovi eurobond e introducendo un altro “Recovery Fund” e con i secondi a opporsi strenuamente. «I paesi seduti a questo tavolo — ha detto ad esempio lo svedese Kristersson anche a nome di Germania, Polonia, Irlanda e paesi baltici — sono tra i leader che sostengono l’Ucraina e l’aumento della spesa per la nostra sicurezza. Invitiamo tutti gli Stati membri a fare di più e più rapidamente». Un modo per dire che ognuno deve pescare nel proprio bilancio. In una situazione di impasse, nella dichiarazione finale si rinvia quindi alle proposte di Kallas. Anche se il tema di come finanziare la spesa resta. Dando ormai per scontato da parte di tutti che gli strumenti fin qui ideati dalla Commissione non sono più sufficienti. «Il Consiglio europeo — si legge nel documento finale — sottolinea la necessità di continuare ad aumentare sostanzialmente la spesa per la difesa e la sicurezza dell’Europa e di investire meglio insieme, prendendo atto anche dell’impegno assunto al vertice Nato del giugno 2025 dagli Stati membri che sono anche membri della Nato» e richiamando le conclusioni del 20 marzo scorso invita l’esecutivo europeo a lavorare «sulle pertinenti opzioni di finanziamento». Una finestra ancora socchiusa a favore degli eurobond. Eppoi c’è un altro nodo: il Patto di Stabilità. Secondo Giorgia Meloni, le forme di elasticità su questo terreno sono incoerenti e insufficienti. In particolare, la premier italiana ha evidenziato l’eccessiva penalizzazione di chi è sottoposto alla procedura per disavanzo eccessivo. Persino la Germania su questi punto specifico ritiene che la deroga in base alla quale si possono scomputare dal calcolo del deficit le spese per la sicurezza dovrebbe essere permanente e non quadriennale.
Una divisione verticale tra i 27 si è registrata anche sul giudizio da esprimere in relazione alle azioni disumane di Israele a Gaza. Anche in questo caso Spagna (il premier Sánchez parla a chiare lettere di «genocidio palestinese») e Francia hanno chiesto l’immediata sospensione dell’accordo di cooperazione Ue-Israele, contrari Italia e Germania. La mediazione è stata, come ormai consuetudine nei consigli europei, il rinvio. Anche su questo punto ancora Kaja Kallas dovrà «proporre possibili misure» in vista del prossimo Consiglio dei ministri degli Esteri di luglio. Ma questo vuol dire che comunque non verrà messo in discussione l’accordo euro-israeliano. Però, scrivono i leader nella dichiarazione conclusiva, «chiediamo un cessate il fuoco immediato a Gaza e il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi, che porti alla fine permanente delle ostilità. Deplora la terribile situazione umanitaria a Gaza, il numero inaccettabile di vittime civili e i livelli di fame. Invita Israele a revocare completamente il blocco su Gaza». Un piccolo passo avanti nel pressing nei confronti di Gerusalemme. Anche se la speranza vera dei vertici comunitari è che il governo Netanyahu sblocchi gli aiuti prima che l’Ue sia costretta a prendere posizione.
Persino sull’Ucraina, la posizione è stata approvata non all’unanimità ma con il sì di 26 membri, con la non partecipazione al voto della Ungheria di Viktor Orbán. Il sostegno a Kiev, però, è confermato. Pure il presidente ucraino Zelenski ha partecipato alla riunione in video conferenza chiedendo all’Ue di imporre un tetto al prezzo del petrolio acquistato dalla Russia. La soglia indicata è di 30 dollari al barile. Ma tra le nuove sanzioni allo studio di Bruxelles il “price-cap” è stato per ora accantonato.