Questo è il numero di venerdì 27 giugno 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Gianfranco Rotondi è un democristiano avellinese. Non che avellinese sia mai stato associato ad altra forma di militanza politica. Rotondi è un deputato della maggioranza eletto per la prima volta in Parlamento nel 1994 con il Patto Segni, vai a spiegare oggi a un diciottenne cos'era. Comunque sempre roba di democristiani. Si dice sia tra i pochi consiglieri di Giorgia Meloni fuori da Fratelli d’Italia, lui smentisce con rammarico: “Mi farebbe piacere ma non è vero. Non ci sentiamo mai, però se le scrivo mi risponde sempre subito”. Rotondi è un politico vecchio stampo, che ama calare i suoi ragionamendi, con la d demitiana, dentro un’analisi della società. La sua tesi sul potere meloniano è questa: “Quando sento dire che l’Italia rischia il fascismo, è vero. Peccato che questo rischio ce lo raccontino al contrario: Meloni non è il peric…
Questo è il numero di venerdì 27 giugno 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Gianfranco Rotondi è un democristiano avellinese. Non che avellinese sia mai stato associato ad altra forma di militanza politica. Rotondi è un deputato della maggioranza eletto per la prima volta in Parlamento nel 1994 con il Patto Segni, vai a spiegare oggi a un diciottenne cos'era. Comunque sempre roba di democristiani. Si dice sia tra i pochi consiglieri di Giorgia Meloni fuori da Fratelli d’Italia, lui smentisce con rammarico: “Mi farebbe piacere ma non è vero. Non ci sentiamo mai, però se le scrivo mi risponde sempre subito”. Rotondi è un politico vecchio stampo, che ama calare i suoi ragionamendi, con la d demitiana, dentro un’analisi della società. La sua tesi sul potere meloniano è questa: “Quando sento dire che l’Italia rischia il fascismo, è vero. Peccato che questo rischio ce lo raccontino al contrario: Meloni non è il pericolo, è l’argine. Giorgia sta facendo un ottimo lavoro perché fin qui è riuscita nel miracolo di tenere insieme la rappresentanza del suo elettorato, compreso quello più estremista, e una linea di governo dorotea. Se va avanti così, il secondo mandato è garantito. Ma è un equilibrio fragile e i primi che possono farlo franare sono gli alleati. Se cade Meloni, però, mica arrivano quegli altri, intendo la sinistra. Arriva Vannacci. Anzi peggio, perché in fondo, davanti a certi umori che covano nel Paese, persino Vannacci è uno istituzionalizzato”.
Rotondi è oggi un fior di meloniano, alle sue riflessioni si deve certamente fare la tara. Tuttavia la sua tesi non è quella di un ottuso fanatico e pone domande molto interessanti: cosa accadrà nella destra italiana il giorno che Meloni, per un motivo o per l’altro, andrà a sbattere? Contro chi e cosa dovrà misurarsi l’opposizione di centrosinistra ammesso che abbia un capo e una coda quando sarà il momento di farlo? Un fatto è chiaro: Meloni è l’ultimo possibile punto di equilibrio della coalizione di centrodestra per come è stata negli ultimi trent’anni. Dopo di lei, sono finite le soluzioni. Questa consapevolezza è una forza di Meloni: tutti sanno che in questo momento non ci sono alternative alla sua leadership, quindi il suo tracollo è il tracollo di tutta la coalizione. E pure la sua debolezza: mandarla a sbattere significa azzerare e creare le condizioni per una rivoluzione totale, una tentazione alla quale non è detto che tutti gli alleati siano in grado di resistere a oltranza.
Per concordare sul fatto che Meloni sia l’ultima arma della destra basta guardarsi intorno. Il tramonto del fondatore Silvio Berlusconi è stato superato grazie alla rapida ascesa di Matteo Salvini. Quando il leader della Lega ha bruciato in pochi mesi il consenso personale, Meloni era pronta a raccogliere il frutto di anni di opposizione anche solitaria, come nel caso del governo Draghi. Se cade Meloni, è evidente che stavolta non c’è un leader pronto a raccoglierne il testimone. Salvini, che pure si illude di poter tornare ai fasti di un tempo, non ha alcuna chance di tornare a capo della combriccola. Forza Italia non ha i voti per rimettere Antonio Tajani al centro del villaggio. Per la prima volta le leadership dei partiti storici non offrono più un ricambio naturale. In politica, però, gli spazi vuoti si riempiono in fretta. Che poi è una delle ragioni per cui bisogna fare il possibile, e qualcosa in più, per evitare che venga approvata la riforma del premierato, ultimo scellerato passaggio verso il peggiore plebiscitarismo. Meloni, come già Matteo Renzi anni fa, è convinta di aver disegnato una riforma a sua misura. Pensa di autoincoronarsi perché, ovviamente, dà per scontato di restare in pista ed essere la naturale beneficiaria delle nuove regole del gioco. Ma qui, secondo me, Rotondi ha ragione da vendere: senza Meloni, le probabilità che l’uomo della provvidenza, il tribuno che va a caccia del bingo elettorale, sia un Vannacci sono molto alte. Una volta che la contesa per le istituzioni è trasformata in un Gesù o Barabba, non solo è chiaro chi è destinato a vincere ma anche che ci sarà la corsa a farsi Barabba. Da questo non deriva, come deduce Rotondi, che Meloni sia una benedizione per il Paese. Soltanto che il peggio potrebbe ancora non essere arrivato.