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Rasmussen: “Cambiamo le regole, sì ai privati per costruire più armi”

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L’ex segretario Nat: “Non possiamo pensare che Washington ci faccia ancora da babysitter. Non sono affari di Putin se l’Ucraina aderisce all’alleanza atlantica”
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PARIGI – L’obiettivo di spesa in difesa e sicurezza al 5% del Pil di ciascun paese Nato non è stato deciso per placare o compiacere Trump, ma per difendere l’Europa. Non possiamo più aspettarci che Washington ci faccia da babysitter». Anders Fogh Rasmussen è stato primo ministro conservatore della Danimarca, ma soprattutto segretario generale della Nato. E qui a Parigi, dove è ospite del World Investment Forum di Amundi, traccia i prossimi passi per un’Europa che — sostiene — deve armarsi sul serio.

Il suo giudizio sul vertice Nato è dunque positivo?

«Sì. C’è l’impegno europeo a rafforzare l’alleanza investendo di più e l’impegno americano sull’articolo 5 del trattato, quello che afferma che un attacco a un paese membro è un attacco a tutti».

Ma alcuni governi europei temono che, presto o tardi, gli Usa faranno comunque un passo indietro nella Nato.

«La mia conclusione sarebbe la stessa: sulla difesa gli europei devono imparare a camminare con le loro gambe. A partire dalla spe…

PARIGI – L’obiettivo di spesa in difesa e sicurezza al 5% del Pil di ciascun paese Nato non è stato deciso per placare o compiacere Trump, ma per difendere l’Europa. Non possiamo più aspettarci che Washington ci faccia da babysitter». Anders Fogh Rasmussen è stato primo ministro conservatore della Danimarca, ma soprattutto segretario generale della Nato. E qui a Parigi, dove è ospite del World Investment Forum di Amundi, traccia i prossimi passi per un’Europa che — sostiene — deve armarsi sul serio.

Il suo giudizio sul vertice Nato è dunque positivo?

«Sì. C’è l’impegno europeo a rafforzare l’alleanza investendo di più e l’impegno americano sull’articolo 5 del trattato, quello che afferma che un attacco a un paese membro è un attacco a tutti».

Ma alcuni governi europei temono che, presto o tardi, gli Usa faranno comunque un passo indietro nella Nato.

«La mia conclusione sarebbe la stessa: sulla difesa gli europei devono imparare a camminare con le loro gambe. A partire dalla spesa».

L’impegno sulla spesa ora c’è. Ma come potrà cambiare in modo efficace la difesa europea?

«Investendo in quei settori critici dove non abbiamo le capacità necessarie. Ad esempio, nello spazio, dove oggi gli Usa hanno 250 satelliti e l’Europa solo 50. Poi abbiamo molte truppe nel nostro continente, ma non siamo in grado di spostarle e dipendiamo dagli Usa, mentre ci servirebbe una autonoma capacità di allestire ponti aerei. E ancora, abbiamo bisogno di artiglieria a lungo raggio, difesa aerea e missilistica, droni e sistemi anti-drone, nonché ovviamente di tutta l’elettronica per la difesa».

Come coordinare gli investimenti?

«Dobbiamo creare un grande mercato interno della difesa, anche attraverso fusioni e acquisizioni transfrontaliere. Ci servono meno industrie, ma che siano più grandi, più competitive in grado di fornire risultati più rapidi».

L’impegno alla spesa pubblica sarà sufficiente?

«Dobbiamo attrarre più investimenti privati nel settore. Finora è stato difficile farlo, anche per le regole Esg sulla responsabilità ambientale e sociale, che hanno paragonato gli investimenti nella difesa a quelli nel tabacco o nella pornografia. Ma queste regole vanno cambiate: ai criteri Esg bisogna aggiungere la lettera “d”, come democrazia e difesa, perché non c’è investimento più nobile di quello sulle nostre società e le nostra libertà».

Il vertice Nato non ha messo in secondo piano l’Ucraina?

«No. L’impegno a sostenerla è ribadito anche nella dichiarazione finale».

E come si risolve la questione?

«La strada più lineare sarebbe far entrare Kiev nella Nato».

Ma non è proprio la prospettiva che ha mosso la Russia all’invasione?

«Questa è la versione di Mosca. Ma è molto pericoloso accettare la posizione russa secondo cui non possiamo invitare l’Ucraina nella Nato finché c’è un conflitto. Questo, infatti, equivale a dare a Putin un incentivo a continuare la guerra così da evitare l’adesione. Invece, bisogna spezzare questo circolo vizioso e non sono affari di Putin se Kiev aderisce o meno all’Alleanza atlantica».

Washington, però, non la pensa così.

«E infatti al momento l’ipotesi non è sul tavolo. Ma allora serve una forza europea, una “coalizione di volenterosi”, che aiuti l’Ucraina. Sperabilmente con l’aiuto degli Usa, ma se necessario anche senza».

Non si rischia di allargare il conflitto? Trump ha anche ammesso che è possibile che Putin non si fermi dopo l’Ucraina.

«L’attacco degli Usa contro l’Iran, che ora potrebbe portare a negoziati, dimostra che se si prende una posizione dura contro i dittatori, allora si può costringerli a impegnarsi in un processo di pace. Lo stesso vale per Putin: non dico che vada bombardato, ma bisogna aumentare la pressione sulla Russia invece di fargli concessioni».

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