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Meloni punta a un’intesa-lampo: patto sul 10%, poi i dettagli

La premier Giorgia Meloni con l'Alto rappresentante per gli Affari esteri dell'Ue Kaja Kallas

 (reuters)
Per l’Italia ci saranno tutte le opposizioni, da Schlein a Calenda. M5S: “Debole l’intervento di von der Leyen sul bando”
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ROMA – Che la situazione sia chiara, questo non può sostenerlo neanche Giorgia Meloni. Per l’imprevedibilità di Donald Trump. E perché tra i leader europei non c’è sintonia sulla strategia migliore per l’ultimo miglio della trattativa. Di certo, Giorgia Meloni ne ha elaborato una propria, che ha espresso giovedì notte ai colleghi. Si può sintetizzare così: modello britannico. Roma chiede alla Commissione di individuare tre o quattro grandi capitoli su cui mediare con Washington. Di fissare la soglia del 10%. E poi annunciare al mondo: abbiamo raggiunto un’intesa. «Siamo d’accordo sul fatto che troveremo un accordo», questa sarebbe la formula. Per tranquillizzare i mercati e le imprese. Saranno poi i tecnici, nei mesi successivi, a dettagliare il patto.

Nelle ore immediatamente successive alla ricezione della missiva americana, Ursula von der Leyen ha preferito tenere coperta la lettera (Roma, ad esempio, non pare l’avesse, ma la consegna potrebbe avvenire a breve). In ogni caso, la l…

ROMA – Che la situazione sia chiara, questo non può sostenerlo neanche Giorgia Meloni. Per l’imprevedibilità di Donald Trump. E perché tra i leader europei non c’è sintonia sulla strategia migliore per l’ultimo miglio della trattativa. Di certo, Giorgia Meloni ne ha elaborato una propria, che ha espresso giovedì notte ai colleghi. Si può sintetizzare così: modello britannico. Roma chiede alla Commissione di individuare tre o quattro grandi capitoli su cui mediare con Washington. Di fissare la soglia del 10%. E poi annunciare al mondo: abbiamo raggiunto un’intesa. «Siamo d’accordo sul fatto che troveremo un accordo», questa sarebbe la formula. Per tranquillizzare i mercati e le imprese. Saranno poi i tecnici, nei mesi successivi, a dettagliare il patto.

Nelle ore immediatamente successive alla ricezione della missiva americana, Ursula von der Leyen ha preferito tenere coperta la lettera (Roma, ad esempio, non pare l’avesse, ma la consegna potrebbe avvenire a breve). In ogni caso, la linea della presidente del Consiglio ricalca in larga parte quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Piace a Ursula von der Leyen, meno a Emmanuel Macron. Perché Italia e Germania sono allineate? Intanto per una ragione pratica: sono le due grandi economie esportatrici e hanno disperato bisogno di mandare un segnale di stabilità alle imprese, per non rischiare una “gelata” indotta dall’incertezza. Roma, però, ha un’altra motivazione che la spinge a pressare Bruxelles per un accordo in tempi rapidi: la sicurezza. Quella garantita dagli Stati Uniti.

Da settimane, la diplomazia della Casa Bianca — e lo stesso Trump — ricordano al governo italiano un dato formalmente neutro: «Finora ci siamo occupati della difesa europea, ora siamo proiettati anche su altri scenari». A partire dall’Indopacifico. È noto che Washington garantisce all’Italia una deterrenza dagli attacchi esterni, soprattutto grazie allo scudo nucleare. Il numero di soldati Usa presenti nelle basi americane sulla penisola potrebbe progressivamente ridursi. Il tentativo è che questo avvenga in modo coordinato e progressivo, senza strappi.

È a questo punto che il ragionamento si lega i dazi. Tenere in piedi basi all’estero ha un costo e Trump da tempo lamenta di contribuire alla difesa degli alleati con costi esorbitanti. Il non detto di questa riflessione è dunque questo: accettate le barriere commerciali, perché rappresentano una modalità — assieme ad altre — per bilanciare lo squilibrio nei costi che affrontiamo per garantire la vostra sicurezza.

Il problema è che il presidente Usa non si accontenta. Come ha spiegato von der Leyen, la Casa Bianca vuole affiancare ai dazi lo sviluppo di canali privilegiati per due settori sensibili, soprattutto per Italia e Germania: automotive ed energia. Chiede di vendere auto americane in Europa e pretende che i partner dell’Ue acquistino gas dagli Stati Uniti, al posto di quello russo (con una tregua tra Mosca e Kiev, quel flusso potrebbe infatti ripartire).

La speranza di Meloni è che i tecnici possano sciogliere i nodi. Anche perché la promessa dei Paesi Nato sulle spese militari — pretesa e ottenuta da Trump — rappresenta un costo enorme per gli europei. E un problema di consenso interno. Forse anche per questo l’altro ieri un dossier riservato «a uso interno, non adatto alla diffusione» — realizzato dall’ufficio studi di FdI, emanazione diretta del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari — ha attaccato il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, che non vorrebbe aumentare oltre il 2,1% gli investimenti in difesa. Nel dossier si sostiene che non esiste alcuna «eccezione» per Madrid e che la mossa dello spagnolo «non è nulla di cui vantarsi perché è suscettibile di mettere a repentaglio la sicurezza di tutti». E ancora: «Non intendiamo disattendere l’impegno solo per qualche voto in più o per mettere a tacere le critiche interne come ha fatto Sánchez (che, però, durante il vertice, ha condiviso la dichiarazione senza obiezioni)».

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