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Il Pride colora Budapest, duecentomila no a Orbán. “Non si può vietare l’amore”

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Il successo nonostante le provocazioni dell’ultradestra che prova a presidiare i ponti e bloccare la manifestazione. Nella capitale ungherese non si vedeva una folla simile dalla fine del comunismo. Tra i partecipanti anche Greta Thunberg
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BUDAPEST – La giornata si annuncia pesante. E Hvim, il primo dei tre gruppi neonazisti che è stato autorizzato a protestare contro un Pride che formalmente non esiste avverte sin dalla mattina che non tollererà la presenza di persone «non cristiane, eterosessuali o bianche». A tutti e tre i cortei bruni è stato concesso di sfilare esattamente lungo il percorso della parata lgbtqi+. E tutti e tre, in particolare Mi Hazank, dichiarano ufficialmente che presidieranno tutti i ponti e bloccheranno mezza città. Una promessa di botte e di caos.

Ma alle undici, la vigilia si è trasformata già in farsa. A presentarsi al parco Varoshaka arrivano in otto. Tutti vestiti di nero, con gli sguardi marziali, il mento in fuori e sventolando le bandiere del movimento HVIM. Ad attenderli, ci sono tre volte tanti giornalisti. E noi tentiamo una piccola intervista a uno dei capi, Gabor Kelemen. Che avverte subito che tra i manifestanti, «ci sono gruppi antifascisti che non saranno pacifici». Gli chiediam…

BUDAPEST – La giornata si annuncia pesante. E Hvim, il primo dei tre gruppi neonazisti che è stato autorizzato a protestare contro un Pride che formalmente non esiste avverte sin dalla mattina che non tollererà la presenza di persone «non cristiane, eterosessuali o bianche». A tutti e tre i cortei bruni è stato concesso di sfilare esattamente lungo il percorso della parata lgbtqi+. E tutti e tre, in particolare Mi Hazank, dichiarano ufficialmente che presidieranno tutti i ponti e bloccheranno mezza città. Una promessa di botte e di caos.

Ma alle undici, la vigilia si è trasformata già in farsa. A presentarsi al parco Varoshaka arrivano in otto. Tutti vestiti di nero, con gli sguardi marziali, il mento in fuori e sventolando le bandiere del movimento HVIM. Ad attenderli, ci sono tre volte tanti giornalisti. E noi tentiamo una piccola intervista a uno dei capi, Gabor Kelemen. Che avverte subito che tra i manifestanti, «ci sono gruppi antifascisti che non saranno pacifici». Gli chiediamo se non è razzista annunciare che non saranno ammesse persone non bianche e non eterosessuali. «Anche loro, gli lqpt (sic!) accettano solo persone lqtp. E questo non è un Paese lqtp». La sigla proprio non gli va giù. O non la sa. E dopo un quarto d’ora warholiano di interviste e visibilità che si sogneranno per i prossimi decenni, gli otto spariscono, promettendo con tono solenne di bloccare la città.

A un’ora dall’inizio ufficiale, comincia a essere già chiaro che la manifestazione sta battendo ogni rosea aspettativa. Alle due la piazza è strapiena, qualche arcobaleno viene srotolato anche dalle finestre, accolto da applausi e boati. La voce della presenza di Greta Thunberg si diffonde come un fuoco: «L’amore non si può vietare», concede ai microfoni e per i posteri. E il portavoce del Pride, Mate Hegedus, si spinge a fare una stima che sarà stracciata nelle ore successive: «Penso che saremo molti più dei 35mila previsti, penso che saremo 50mila», ci dice sorridendo. Alla fine della giornata, sarà il Comune di Budapest a scolpire un numero nella pietra, anzi, nella storia: 200mila. Una cifra che non si registrava dalla fine del comunismo. E il sindaco di Budapest, Gergely Karacsony, commenterà dal palco, ironico: «Grazie, Viktor Orban, per aver fatto pubblicità a una società più tollerante».

Ma alle due di pomeriggio è tutto ancora per aria, e Mate azzarda un’altra previsione: «Penso non ci saranno incidenti: la polizia sta subendo enormi pressioni per proteggere i manifestanti». Neanche finisce di parlare che sentiamo delle urla belluine alle nostre spalle, «pentitevi, peccatori!». Due fanatici cristiani imbracciano un’enorme croce e sfilano provocatoriamente in mezzo alla folla che sta attendendo l’inizio della parata. Per un po’ vengono circondati e qualcuno del servizio d’ordine tenta di allontanarli. Ma l’ordine ai manifestanti è chiaro: non reagire alle provocazioni. Dopo un po’ le lamentele dei due diventano un rumore di fondo, tutti hanno ripreso a parlottare, cantare, bere e godersi la festa.

Quando il corteo comincia a sfilare verso il Danubio arriva la notizia che decine di neonazi aspettano i manifestanti lungo il percorso, sul Ponte della Libertà. La marea umana è costretta a deviare verso nord, i bassi dei carri continuano a riempire l’aria, la tecno aiuta ad alleviare la tensione, ma sono in pochi a ballare. La paura non è ancora svanita. Sotto il sole pungente, Pluto e Boglarka cercano un po’ di sollievo sotto al tendone di un bar. Hanno diciannove anni, ci raccontano. E la vita per una lesbica e un gay «è difficile, qui in Ungheria», dicono all’unisono. Soprattutto per loro, che vengono dalla provincia, dal lago Balaton, da Siofok. Pluto si passa una mano nei capelli cortissimi, «ogni giorno c’è qualcuno che mi guarda male. È doloroso non poter essere quello che sono».

La parata passa indenne anche il Ponte Elisabetta e un applauso che parte dalla testa del corteo e contagia tutti annuncia la novità: è arrivato il sindaco Karancsony, maglietta nera e arcobaleno, accolto da un tripudio. Il fiume di manifestanti vira di nuovo a sud, verso il Ponte della Libertà. E da lontano si scorgono i manifestanti bruni ancora fermi sul ponte, abbrustoliti dal solleone. Un’immagine desolante. Qualcuno scoppia a ridere, applaude. Ma la notizia, in realtà, fa tirare un’enorme sospiro di sollievo a tutti: la polizia tiene a bada i neoanzisti. Molti temevano nei giorni scorsi che non sarebbe stato così.

L’unico, breve momento di tensione prima dell’approdo all’Università della Tecnologia dove sono previsti i comizi finali si registra quando un neonazista riesce a dribblare il servizio d’ordine e a mettersi con le braccia allargate davanti al primo carro. La sua performance dura dieci secondi, poi viene portato via tra le risate. Qualcuno applaude, un ragazzo urla: «Viktor Orban, tutto questo è molto più del Pride!». Ha tutta l’aria di un avviso di sfratto.

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