Il finto favore del governo che esautora i deputati in attesa del “trolley-day”
di Filippo CeccarelliROMA – Per certi versi è del tutto coerente, anche se altrettanto insano, che sia stato il governo a farsi promotore della settimana corta a Montecitorio — mentre a Palazzo Madama in pratica già la fanno.
Il ministro Ciriani, che con rispetto parlando conosce bene i suoi polli, sa benissimo che alla Camera il venerdì è “trolley-day”: i suoi colleghi trovano mille scuse per non presentarsi a rispondere alle interrogazioni, mentre le valigette degli onorevoli intasano i locali del Palazzo, tipo installazioni d’arte contemporanea, in attesa della grande fuga.
Ma la ragione più vera di questa sfuggente propostucola del governo è che quest’ultimo è diventato il padrone del Parlamento al quale nel corso di tre decenni ha ormai scippato ogni potere, ogni funzione e ogni prerogativa, dall’attività legislativa al controllo dell’esecutivo, fino all’organizzazione dei tempi e dei lavori delle Camere.
Neanche a farlo apposta, pochi giorni orsono — era il 12 di giugno — si è venuto a sapere che…
ROMA – Per certi versi è del tutto coerente, anche se altrettanto insano, che sia stato il governo a farsi promotore della settimana corta a Montecitorio — mentre a Palazzo Madama in pratica già la fanno.
Il ministro Ciriani, che con rispetto parlando conosce bene i suoi polli, sa benissimo che alla Camera il venerdì è “trolley-day”: i suoi colleghi trovano mille scuse per non presentarsi a rispondere alle interrogazioni, mentre le valigette degli onorevoli intasano i locali del Palazzo, tipo installazioni d’arte contemporanea, in attesa della grande fuga.
Ma la ragione più vera di questa sfuggente propostucola del governo è che quest’ultimo è diventato il padrone del Parlamento al quale nel corso di tre decenni ha ormai scippato ogni potere, ogni funzione e ogni prerogativa, dall’attività legislativa al controllo dell’esecutivo, fino all’organizzazione dei tempi e dei lavori delle Camere.
Neanche a farlo apposta, pochi giorni orsono — era il 12 di giugno — si è venuto a sapere che nel corso di questa XIX legislatura è stato superato l’aureo e torbido numero di 100 decreti legge, spesso testi infiniti, eterogenei e mai visti prima, di fronte ai quali i parlamentari non hanno potuto che annuire o dissentire. Impietosi calcoli dicono che sono più di tre al mese, quasi uno alla settimana, corta o lunga che sia. Da tutto ciò la Costituzione è molto lontana.
O almeno, su un piano più pratico: fino a qualche anno fa venivano dalle Camere le iniziative per rendere più comoda la vita dei loro membri. Nel 2008 il neopresidente della Camera Fini annunciò una razionalizzazione per cui si sarebbe lavorato il venerdì, ma con il “mese corto”. Inutile dire che le cattive abitudini prevalsero e già due anni dopo sui giornali si trova traccia di una settimana “cortissima”, sull’agognato modello di Palazzo Madama, tre giorni di lavoro e bye bye.
Ma almeno era un fatto “interno”, da Parlamento fannullone, certo, però a suo modo sovrano. Così forse vale la pena di tornare sui presupposti, le dinamiche e le conseguenze dello svuotamento; e qui di nuovo aiuta un esempio recentissimo — 8 maggio — quando per il 75° anniversario della prima seduta del Senato, nell’aula bomboniera adornata con bandiere, festoni e nastri tricolore è andato in scena un gran concerto di Gianni Morandi. Musicisti con tanto di batteria nell’emiciclo, al momento di “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” Meloni canticchiava, Renzi batteva il tempo sul banco da provetto percussionista e Casini faceva il filmetto. Poco dopo, o forse era prima, in qualità di presidente dell’assemblea, La Russa ha consegnato il campanello a Morandi, “icona della cultura musicale italiana”. Il buffet ha avuto luogo nel Salone Garibaldi.
Questo per valutare l’ipotesi che a monte ci sia un patto o si sia innescato uno scambio che comunque va ben aldilà non solo di ogni possibile e controversa settimana corta, ma anche dell’ormai superata disputa tra “governisti” e “vetero-parlamentaristi”. Detta in modo brutale: per responsabilità di tutti, l’istituto parlamentare non conta più un piffero, però — o magari proprio per questo — le Camere si sono trasformate in parchi tematici della politica; e gli onorevoli, sia pure ridotti dal taglio cinque stelle, ancora di più vivacchiano o se la spassano tra concerti, recital, presentazioni, commemorazioni, illuminazioni di facciate, mostre d’arte, conferenze stampa, viaggi, pellegrinaggi, quando non sono massaggi, eventi gastronomici, spazi di preghiera, club di tifosi, partitelle del cuore e qualche vana sceneggiata in aula.
Estive o natalizie che siano, le vacanze durano un sacco. In quelle occasioni, fatto salvo il venerdì più o meno lavorativo, gli animali dei senatori (e dei portaborse) anche se recentemente ammessi nel Palazzo, possono restarsene a casa. Intanto il governo si fa le leggi e comanda.