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Pride, Orban attacca: “Ripugnante, orchestrato da Ue”. Il Pd: “Indegno e Meloni muta”

(reuters)

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Le reazioni all’indomani della parata di Budapest
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BUDAPEST – «Ehi guerrieri!». Ieri mattina Viktor Orban ha svegliato così i suoi accoliti sulla chat “Warriors Group”, nel “day after” della clamorosa batosta del Pride dei duecentomila. E dopo aver espresso gioia per l’imminente telefonata nello spazio con l’astronauta Tibor Kapu, si è lasciato andare a valutazioni che si commentano da sole.

La parata che molti hanno interpretato come un potente segnale di difesa di alcuni diritti europei fondamentali ma anche come un avviso di sfratto all’autocrate magiaro, sarebbe stata “ripugnante e vergognosa”. E per riportare la discussione politica su un terreno che ara allegramente da quindici anni, Orban ha puntato subito il dito contro Bruxelles. Nella chat, rivelata dal sito index.hu, il premier ungherese ha accusato le istituzioni europee e l’opposizione di aver “ordinato” l’iniziativa. E ha voluto dare sostanza al suo ribrezzo: «Drag queen sul palco, uomini con i tacchi, volantini sulla terapia ormonale… Questo non è orgoglio, è vergogna»,…

BUDAPEST – «Ehi guerrieri!». Ieri mattina Viktor Orban ha svegliato così i suoi accoliti sulla chat “Warriors Group”, nel “day after” della clamorosa batosta del Pride dei duecentomila. E dopo aver espresso gioia per l’imminente telefonata nello spazio con l’astronauta Tibor Kapu, si è lasciato andare a valutazioni che si commentano da sole.

La parata che molti hanno interpretato come un potente segnale di difesa di alcuni diritti europei fondamentali ma anche come un avviso di sfratto all’autocrate magiaro, sarebbe stata “ripugnante e vergognosa”. E per riportare la discussione politica su un terreno che ara allegramente da quindici anni, Orban ha puntato subito il dito contro Bruxelles. Nella chat, rivelata dal sito index.hu, il premier ungherese ha accusato le istituzioni europee e l’opposizione di aver “ordinato” l’iniziativa. E ha voluto dare sostanza al suo ribrezzo: «Drag queen sul palco, uomini con i tacchi, volantini sulla terapia ormonale… Questo non è orgoglio, è vergogna», ha scritto.

In realtà, per chi conosce i Pride e per chi era lì, la parata di Budapest è stata una delle più sobrie della storia. Anche per le mostruose ritorsioni minacciate dalle autorità magiare ai partecipanti: multe fino a 500 euro, arresti e condanne fino a un anno. Ma al premier non va giù di aver commesso un errore clamoroso. In primavera, la decisione di vietare la parata dell’orgoglio lgbtqi+ era arrivata quando i sondaggi avevano accertato la vertiginosa ascesa di Peter Magyar, l’unico leader politico emerso in questi ultimi quindici anni che potrebbe batterlo alle urne. Ieri ha commentato dicendo che «questo è il tracollo» di Orban. E alle elezioni politiche manca meno di un anno. Proibendo il Pride, Orban pensava di solleticare gli istinti più bassi del suo elettorato e distrarli dalla crisi economica dell’Ungheria e dalla sua crescente impopolarità. È stato uno dei più clamorosi autogol.

Per Orbán, però, il Pride è «ciò che accadrebbe in Ungheria se non ci fosse un governo nazionale a proteggere la nostra sovranità». Il premier ha lanciato la “fake news” di una regia europea per confondere le acque e nascondere una verità inoppugnabile: è vero il contrario. Ursula von der Leyen si è ben guardata per mesi di commentare il divieto del Pride. E ha cercato di bloccare i commissari Ue che avrebbero voluto partecipare alla parata. Soltanto l’immensa pressione delle ong e i 70 europarlamentari, in gran parte della maggioranza che l’ha votata, che hanno deciso di difendere il diritto di scendere in piazza annunciando la loro presenza a Budapest, hanno spinto la capa dell’esecutivo Ue a diffondere un breve videomessaggio di solidarietà.

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E Giorgia Meloni, che non ha neanche firmato la lettera di condanna del bando firmata da 20 Paesi della Ue? «Muta», come ha commentato ieri Alessandro Zan. Per l’europarlamentare dem la premier «sta facendo fare una pessima figura al nostro Paese. Si sceglie sempre gli amici sbagliati e non riesce a dire loro che sbagliano nemmeno quando mettono in pericolo le libertà personali e la democrazia».

A Budapest c’era anche Avs, e ieri Elisabetta Piccolotti si è associata alle dure critiche contro von der Leyen espresse ad esempio dalla leader dei socialisti europei, Iratxe Garcia Perez: «È ora che Von Der Leyen si muova: l’Ungheria non può restare in Europa se non cancella queste leggi liberticide». Per la senatrice dei 5Stelle Vincenza Aloisio «vanno difesi i valori di libertà, uguaglianza e rispetto contro chi usa la paura come strumento di manipolazione».

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