Il debutto di Meloni all’Independence day: “Italia e Usa sono sorelle”
di Francesco BeiL'ambasciatore in Italia degli Stati Uniti d’America Tilman J. Fertitta e Giorgia Meloni
«Italia e Stati Uniti «sono nazioni sorelle». Una sorellanza che Giorgia Meloni, dal palchetto allestito a villa Taverna per l’Independence Day, condisce per la prima volta con una spezia diversa dalla solita, spesso stucchevole, retorica di queste occasioni. Davanti a Tilman J. Fertitta, il miliardario texano che Trump ha scelto come ambasciatore, la premier aggiunge una postilla al suo discorso: «La compattezza dell’Occidente è una condizione imprescindibile per affrontare tutte le grandi sfide del nostro tempo. Lo è anche, o lo è forse a maggior ragione, quando il nostro punto di vista dovesse non essere perfettamente coincidente». Detto a casa di un alleato che ha appena messo in discussione l’articolo 5 della Nato, che ha detto più volte di considerare come furbi «scrocconi» gli europei, che non riconosce nessun Occidente ma soltanto l’America First, il discorso della premier evidenzia una prima, magari timida ma non scontata, presa di distanza dal trumpismo sovranista.
Sottigl…
«Italia e Stati Uniti «sono nazioni sorelle». Una sorellanza che Giorgia Meloni, dal palchetto allestito a villa Taverna per l’Independence Day, condisce per la prima volta con una spezia diversa dalla solita, spesso stucchevole, retorica di queste occasioni. Davanti a Tilman J. Fertitta, il miliardario texano che Trump ha scelto come ambasciatore, la premier aggiunge una postilla al suo discorso: «La compattezza dell’Occidente è una condizione imprescindibile per affrontare tutte le grandi sfide del nostro tempo. Lo è anche, o lo è forse a maggior ragione, quando il nostro punto di vista dovesse non essere perfettamente coincidente». Detto a casa di un alleato che ha appena messo in discussione l’articolo 5 della Nato, che ha detto più volte di considerare come furbi «scrocconi» gli europei, che non riconosce nessun Occidente ma soltanto l’America First, il discorso della premier evidenzia una prima, magari timida ma non scontata, presa di distanza dal trumpismo sovranista.
Sottigliezze che chissà se l’ambasciatore coglie, perso com’è nei suoi superlativi e nelle iperboli con cui saluta gli ospiti italiani. Salvini che «pensa in grande come noi in Texas e vuole costruire il ponte più lungo del mondo, persino più lungo del Golden Gate: ringrazio Dio di essere qui con te oggi». Antonio Tajani, che imbarazzato si guarda la punta delle scarpe quando l’americano lo definisce in un modo che non si era mai sentito prima: «Non c’è ministro degli esteri al mondo che io e l’America rispettiamo quanto lui». E poi naturalmente «the wonderful prime minister Melloni». Noi italiani la dovremmo ringraziare ogni giorno: «Ma quanto è fortunata l’Italia ad avere Melloni come leader? Io l’ho capito quando l’ho incontrata la prima volta con Trump a Mar-a-Lago».
Il gioviale Fertitta mette tutti di buon umore, anche perché rassicura che Roma e villa Taverna non gli fanno schifo come poteva sembrare dalla decisione di vivere sul suo mega yacht ormeggiato a Civitavecchia (fa avanti e indietro con l’elicottero). «Ce ne andremo dallo yacht... tutte quelle voci... non era per il rumore della città era per la polvere», si giustifica riferendosi ai lavori di ristrutturazione che ha ordinato per l’appartamento a villa Taverna. Sospiro di sollievo di tutti ma soprattutto del ministro Piantedosi, che deve assicurare la scorta di Stato allo yacht e all’elicottero del texano che fa la spola ogni giorno con l’aeroporto dell’urbe.
Così, in questo rito repubblicano che negli anni ha scandito il rapporto ovviamente sempre «speciale e privilegiato» tra l’Italia e l’America, cosa resta nel taccuino di questa festa dell’Indipendenza nell’era Trump, una volta diradato il fumo degli hamburger e del pulled pork? Il dato politico più evidente è che il governo — «come mai prima d’ora» a memoria di un vecchio diplomatico — è presente davvero al gran completo. Non c’è solo Salvini orgoglioso della cravatta rosso Maga. Ci sono proprio tutti, sembra un Consiglio dei ministri in giardino: i vicepremier, Crosetto, Piantedosi, Giorgetti (scenetta di culto, il ministro dell’Economia appartato in un angolo del giardino a parlare con Rocco Casalino) e giù giù tutti gli altri grandi e piccoli nomi della destra. Da La Russa a Ravetto, da Casellati a Malan, da Gasparri a Molinari. E l’opposizione che fa? È stata invitata o tra i 3 mila QR code spediti dall’ambasciata sono stati depennati gli oppositori del governo? Ma no, ecco Giuseppe Conte che si distingue nel recinto dei vip insieme a Crosetto e Casellati. Dei Cinque stelle è venuto anche Roberto Fico. Inutile dire che è sempre Casalino a catturare l’attenzione, anche perché si aggira in video chiamata con un tizio a cui giura ad alta voce: «Tu sabes que te amo y que te ho siempre amato!». Il Pd, a parte l’atlantista Guerini, ha dato buca. C’è un po’ di Italia Viva — con Boschi e Scalfarotto — ma basta. «C’è anche Marattin», fa notare qualcuno tra i giornalisti, ma nessuno ricorda di quale partito sia ora (partito liberaldemocratico, santa Wikipedia). In un angolo, elegantissimo nonostante i 40 gradi all’ombra, si aggira il fu “amerikano” Mario Monti. «Questa Europa così succube agli Usa a me non piace — confessa l’ex premier sorseggiando un crodino — l’ho detto anche a Crosetto. Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia».