Questo è il numero di venerdì 4 luglio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Nell’infinito piagnisteo della destra italiana sull’egemonia culturale della sinistra c’è un fatto che mi ha sempre colpito più degli altri. L’assenza di idee e di coraggio intellettuale, ovvero la cortigianeria dei pensatori, o sedicenti tali, di area. Piangono per il presunto sopruso, e questa è la parte distruttiva, ma quando si tratta di dire come costruire una egemonia alternativa, sanno solo tornare a frignare, al massimo si limitano a magnificare le qualità della propria parte e dei propri leader. Provate a chiedere un giudizio su Meloni a uno di questi professionisti del lamento, ascolterete una risposta simile a quella che Alberto Sordi dava al generale che lo interrogava sulla sbobba servita ai soldati: com’è il rancio, soldato? Ottimo e abbondante. In questa corrività c’è una parte notevole dell’inconsistenza del pensiero di …
Questo è il numero di venerdì 4 luglio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Nell’infinito piagnisteo della destra italiana sull’egemonia culturale della sinistra c’è un fatto che mi ha sempre colpito più degli altri. L’assenza di idee e di coraggio intellettuale, ovvero la cortigianeria dei pensatori, o sedicenti tali, di area. Piangono per il presunto sopruso, e questa è la parte distruttiva, ma quando si tratta di dire come costruire una egemonia alternativa, sanno solo tornare a frignare, al massimo si limitano a magnificare le qualità della propria parte e dei propri leader. Provate a chiedere un giudizio su Meloni a uno di questi professionisti del lamento, ascolterete una risposta simile a quella che Alberto Sordi dava al generale che lo interrogava sulla sbobba servita ai soldati: com’è il rancio, soldato? Ottimo e abbondante. In questa corrività c’è una parte notevole dell’inconsistenza del pensiero di destra, mentre la funzione dell’intellettualità dovrebbe essere quella di cogliere le contraddizioni del proprio campo prima ancora di quelle del campo avverso. A sinistra, peraltro, è successo fin troppo, talvolta in forma di autolesionismo. Ma l’egemonia culturale – questo la destra italiana nel suo delirio vittimista non l’ha davvero mai capito - non si costruisce con le fanfare e gli applausi. L’egemonia è figlia di una guerra civile, fratricida.
Mi spiego meglio: il rapporto tra la sinistra e gli intellettuali e artisti che se ne consideravano parte non è mai stato, salvo trascurabili eccezioni, di ottusa e cieca militanza. Elio Vittorini litigò con Palmiro Togliatti sulla funzione dell'arte e della letteratura, ricevendone un notissimo e sarcastico congedo (“Vittorini se n’è gghiuto e soli ci ha lasciato…”). Leonardo Sciascia fu un implacabile critico dei dogmi comunisti e il suo scontro pubblico con la nomenclatura sul ruolo degli intellettuali fu durissimo. Pier Paolo Pasolini impiegò le migliori energie per contestare ciò che non gli piaceva dell’ideologia progressista, si applicò a criticarne gli aspetti che gli apparivano nefasti, al punto che proprio grazie ad alcune sue prese di posizione – vedi la “scomparsa delle lucciole” – con il senno di poi ha offerto a un pezzo di destra l’occasione di provare a intestarselo come esponente del conservatorismo anti-capitalista. Pasolini aveva ragione? Personalmente ne dubito, ma questo è del tutto irrilevante. Conta l’influenza del suo pensiero. Ettore Scola, regista vicinissimo al Pci, ha realizzato film impietosi sui tic del mondo comunista, come La terrazza e lo stesso C’eravamo tanto amati. Umberto Eco ha scritto pagine acutissime sui guasti del sinistrese e del radicalismo, e già negli anni Sessanta il confronto era aspro ma libero e aperto. Ci si scornava per migliorare il proprio condominio, come Eco ha raccontato in una gustosissima ricostruzione dell’avventura intellettuale del Gruppo 63: “Nel 1963 ho pubblicato due articoli su Rinascita, per invito dell’indimenticabile e apertissimo Mario Spinella, per richiamare la cultura allora di sinistra a una attenta considerazione delle nuove letterature, degli studi sulle comunicazioni di massa. Apriti cielo. La risposta più virulenta era arrivata da Rinascita, e pazienza che fosse da parte di Rossana Rossanda, che non è mai riuscita in vita sua a cambiare una sola idea”. Nello stesso testo Eco racconta anche come contribuì all’istituzione del Premio Fata, da opporre al Premio Strega, destinato al libro più brutto dell’anno. “Niente più di una idea goliardica, e la giuria aveva fatto apposta ad assegnarlo a Pasolini. E Pasolini, polemista così combattivo e per tanti versi attento alle nuove provocazioni culturali, non aveva resistito e - sapendo che il premio sarebbe stato assegnato a lui - aveva inviato per la sera della premiazione una lettera in cui spiegava perché il verdetto fosse ingiusto”. L’avevano dato a Pasolini, il premio Fata, non alle memorie saloine di Romualdi.
In tempi più recenti Nanni Moretti è salito sul palco di una manifestazione del centrosinistra a piazza Navona e ha pronunciato la famosa frase che diede il via alla stagione dei Girotondi: “Mi spiace dirlo, ma noi con questi dirigenti non vinceremo mai”. Aveva ragione? Forse no, a quella classe dirigente sono legati i pochi successi elettorali della sinistra nella Seconda Repubblica, però il suo grido smosse e i motivi della sua insoddisfazione aprirono un dibattito fecondo su cosa funzionava e cosa no. Ce lo vedete un regista di destra, a trovarlo, che fa lo stesso davanti a Meloni e Lollobrigida? Avete mai ascoltato un giornalista di area, in questo caso c’è la fila dei nuovi arrivati, avanzare un dubbio su Meloni? Ha sempre ragione. La sinistra sempre torto, contro ogni legge dei grandi numeri. Ci sono eccezioni? Pochissime. Una è Giordano Bruno Guerri, storico di vaglia, infatti quando c’è stato da assegnare il ministero della Cultura, Meloni lo ha dato a Gennaro Sangiuliano.
Ora, prevengo una facile obiezione. Pasolini, Sciascia, Eco non ci sono più e non se ne vedono i successori, da una parte e figuriamoci dall’altra. Ma questo non toglie nulla alla questione di fondo. Il rapporto che la destra immagina con la cultura è quello del sostegno acritico: l’Istituto luce. Infatti i pochi e incerti tentativi di dire la propria in campo artistico sono paragonabili a una sessione di attacchinaggio, per chi ancora sa cosa fosse. Qualche anno fa Renzo Martinelli girò un film su Federico Barbarossa, pellicola che voleva essere il Braveheart leghista. Aveva la credibilità di quelle fiction di Stato “governative” prese di mira in Boris, dove al Machiavelli alle prese con gli intrighi del suo tempo si mettevano in bocca esclamazioni tipo: “Serve la separazione delle carriere!”. Quelle poche volte che la destra, specie quella ex missina, passa dalla lamentela all’azione ne escono fuori film come Albatross, appena uscito in sala, storia di Almerigo Grilz, militante del Fronte della gioventù poi diventato reporter di guerra e ucciso in Mozambico. Una vicenda esistenziale anche affascinante, a patto di non trasformarla in una didascalica e manichea parata degli affetti: sinistra cattiva, destra buona, avevamo ragione noi camerati! Il tempo è galantuomo! E sarà anche galantuomo, il guaio è che non ha ancora nozioni di sceneggiatura e regia.