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Usai (Anica): “Si rischia il disastro nel cinema, Borrelli era il dirigente più esperto”

Alessandro Usai

 
“La Spagna ha deliberato più di un miliardo. Sono incentivi per un’area strategica. A noi servono regole e tempi certi”
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ROMA – «Questa proprio non ci voleva», si rammarica Alessandro Usai, presidente di Anica, l’associazione nazionale dei produttori di cinema e audiovisivo. «Borrelli è sempre stato un punto di riferimento, il dirigente di gran lunga più esperto del settore, conosce noi e la macchina ministeriale meglio di chiunque altro. Ci preoccupa l’incertezza che potrebbe derivare dalle sue dimissioni».

Perché presidente?

«Dal dg cinema passano tutte le firme per dar corso ai finanziamenti a produzione e distribuzione, ai contributi selettivi, o banalmente al riconoscimento della nazionalità dei film. C’è il rischio che si fermi tutto di nuovo. Per questo, insieme alle altre associazioni di categoria, stiamo preparando un appello per manifestare le nostre inquietudini».

Cosa vi angoscia di più?

«Abbiamo aspettato per mesi il famoso decreto correttivo sul tax credit, che adesso è arrivato, ma ce n’erano altri, altrettanto necessari, prossimi al varo. La nostra paura è che l’addio di Borrelli co…

ROMA – «Questa proprio non ci voleva», si rammarica Alessandro Usai, presidente di Anica, l’associazione nazionale dei produttori di cinema e audiovisivo. «Borrelli è sempre stato un punto di riferimento, il dirigente di gran lunga più esperto del settore, conosce noi e la macchina ministeriale meglio di chiunque altro. Ci preoccupa l’incertezza che potrebbe derivare dalle sue dimissioni».

Perché presidente?

«Dal dg cinema passano tutte le firme per dar corso ai finanziamenti a produzione e distribuzione, ai contributi selettivi, o banalmente al riconoscimento della nazionalità dei film. C’è il rischio che si fermi tutto di nuovo. Per questo, insieme alle altre associazioni di categoria, stiamo preparando un appello per manifestare le nostre inquietudini».

Cosa vi angoscia di più?

«Abbiamo aspettato per mesi il famoso decreto correttivo sul tax credit, che adesso è arrivato, ma ce n’erano altri, altrettanto necessari, prossimi al varo. La nostra paura è che l’addio di Borrelli comporti un ulteriore blocco della macchina amministrativa che per il settore, in questa fase, sarebbe un disastro».

Aggraverebbe una crisi che lo stallo sulla riforma del tax credit ha prolungato oltre il dovuto?

«In attesa del correttivo noi siamo comunque andati avanti con le produzioni, confidando sul fatto che ci sarebbe stata continuità. Siamo a luglio, si stanno girando un mucchio di film e dopo la pausa estiva ne partiranno ancora di più. I nostri associati potrebbero domandarsi se è opportuno correre rischi, investire molti soldi, di fronte a cotanta incertezza».

Cosa chiedete al governo?

«Quel che chiediamo sempre a tutti i governi, di qualunque colore politico siano: un quadro di regole certo e stabile nel tempo. La produzione di un film che costa milioni di euro viene programmata con mesi, spesso anni di anticipo. Per andare sul set a settembre devo sapere qual è il quadro a gennaio. Se non accade, è un problema».

Però il tax credit è stato spesso strumento per consumare truffe, come dimostra il caso Kaufman.

«E infatti l’altra cosa che chiediamo con forza è rigore nell’applicazione delle norme e dei controlli. Chi fa questo lavoro in maniera seria non ha nulla da temere dai controlli, servono per tutelare la nostra credibilità e reputazione. La paura delle truffe non è un buon motivo per fermare un incentivo indispensabile. Ergo: puniamo, se ci sono, i casi di mala gestio o di malaffare e sosteniamo il resto dell’industria. L’audiovisivo fattura 12 miliardi all’anno».

Non potrebbe essere un pretesto per “punire” il mondo del cinema, considerato vicino alla sinistra?

«No, noi non facciamo politica, ma film e serie tv che vengono viste da milioni di persone in Italia e fuori, contribuendo sia all’economia, sia alla costruzione dell’immaginario nazionale».

Gira voce che per il ministro Giuli i 700 milioni stanziati per il cinema siano troppi. Secondo lei?

«Sono molto importanti, tutti i Paesi paragonabili al nostro hanno misure simili e stanziamenti anche maggiori. La Spagna, pur essendo più piccola, ha deliberato oltre un miliardo per l’audiovisivo. Non si tratta di sovvenzioni per un settore in perdita, ma di incentivi per sostenere un comparto strategico».

E se al ministero della Cultura non la pensassero così?

«Se si indebolisce l’audiovisivo, che è il linguaggio dell’oggi, l’Italia potrebbe diventare terreno di un immaginario totalmente importato. Senza i film e le serie italiane con cui i nostri ragazzi crescono avremo intere generazioni che parleranno un linguaggio “straniero”. Sarebbe una scelta miope».

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