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Marcegaglia: “Scossa all’Europa o il declino sarà inesorabile”

Emma Marcegaglia

 

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L’ex presidente di Confindustria: “È giusto che siano i tre Paesi più importanti a fare insieme un documento”
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«È giusto e necessario che siano i tre Paesi più importanti d’Europa a fare un documento comune per dare una scossa alla Commissione e agli altri Paesi. Non abbiamo tempo da perdere: se non recuperiamo subito il gap di competitività nei confronti delle economie mondiali più forti rischiamo un declino inesorabile». A sostenere l’iniziativa a cui lavorano Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Friedrich Merz è Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria e già a capo di Business Europe e B7.

Il documento di Italia, Francia e Germania può funzionare?

«Tutta l’Europa deve augurarsi che sia un successo perché è un’opportunità. Guardiamo i numeri: nel 1995, le quote del Pil mondiale di Usa e Ue erano del 26% mentre la Cina era al 4%. Oggi gli Stati Uniti sono al 26%, mentre l’Europa è calata al 17% e la Cina ci ha addirittura raggiunti».

Che cosa non sta funzionando?

«La nostra capacità manifatturiera è calata tantissimo: il non aver investito a sufficienza sull’high-tech è la perfetta carti…

«È giusto e necessario che siano i tre Paesi più importanti d’Europa a fare un documento comune per dare una scossa alla Commissione e agli altri Paesi. Non abbiamo tempo da perdere: se non recuperiamo subito il gap di competitività nei confronti delle economie mondiali più forti rischiamo un declino inesorabile». A sostenere l’iniziativa a cui lavorano Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Friedrich Merz è Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria e già a capo di Business Europe e B7.

Il documento di Italia, Francia e Germania può funzionare?

«Tutta l’Europa deve augurarsi che sia un successo perché è un’opportunità. Guardiamo i numeri: nel 1995, le quote del Pil mondiale di Usa e Ue erano del 26% mentre la Cina era al 4%. Oggi gli Stati Uniti sono al 26%, mentre l’Europa è calata al 17% e la Cina ci ha addirittura raggiunti».

Che cosa non sta funzionando?

«La nostra capacità manifatturiera è calata tantissimo: il non aver investito a sufficienza sull’high-tech è la perfetta cartina di tornasole della flessione della produttività che dobbiamo contrastare. Giusto come esempio, i laureati Stem in Cina sono cinque volte più di quelli europei, la produzione di chip è scesa dal 12% al 5%. Sono tutti segnali che non possiamo più ignorare».

Come si traduce il titolo “Più competitività?”

«La parola chiave è investimenti. Oggi la guerra tecnologica si gioca sull’intelligenza artificiale: Usa e Cina corrono, mentre l’Europa ha un passo troppo lento. Dobbiamo accelerare e investire di più nell’applicazione dell’Ia a livello industriale. Servono filiere europee integrate, oltre al coraggio di sviluppare tecnologia in Europa».

Come si finanzia questo disegno?

«Le risposte possibili sono un mercato unico dei capitali privati e debito pubblico comune. Scegliere come soluzione solo quella di rendere più facile ricorrere agli aiuti di Stato a livello nazionale favorisce i Paesi più ricchi e crea più frammentazione».

L’Europa ha i numeri per competere con la Cina e le economie emergenti?

«Assolutamente sì. A volte ci dimentichiamo di avere un mercato fatto dai 450 milioni di consumatori più ricchi al mondo. Il problema è che ci siamo posti troppe barriere interne. Tutti ci auguriamo che la trattativa con Trump sui dazi vada a buon fine, ma dobbiamo essere pronti a fare per conto nostro».

Il documento chiede un cambio di passo sull’automotive. È una priorità?

«La decarbonizzazione è un must, ma il Green Deal così come lo sta portando avanti l’Europa non va bene. Bisogna eliminare le norme punitive che rischiano di penalizzare chi non ha scelto di puntare sull’elettrico. Serve più pragmatismo e meno ideologia».

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