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Monsignor Pegoraro: “Sul fine vita Chiesa aperta al dialogo, dubbi sul comitato etico”

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Intervista al nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita: “Il suicidio assistito è una sconfitta per tutti. In una società pluralista è necessario trovare delle mediazioni. Applicare meglio le leggi su cure palliative e consenso informato del paziente”
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Sul fine vita serve un confronto “meno ideologizzato e più attento ai reali vissuti delle persone”. Monsignor Renzo Pegoraro, medico e sacerdote, è il nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nominato da papa Leone XIV lo scorso 27 maggio. Mentre la politica italiana si appresta a discutere di una legge resa necessaria dall’intervento della Consulta, Pegoraro ricorda che ci sono già due leggi, sulle cure palliative e sul consenso informato del paziente, che già fornirebbero molte risposte se fossero applicate meglio, e valuta l’ipotesi di un comitato etico nazionale come “qualcosa di un po’ astratto e lontano dalle singole persone”.

E’ noto il no della Chiesa all’eutanasia, da un lato, e, dall’altro, all’accanimento terapeutico: qual è la posizione sul suicidio assistito?

“Rimane sempre anche il no al suicidio assistito, che va comunque distinto dall’eutanasia, e che rappresenta in sé sempre una sconfitta per il malato, per la famiglia, per la medicina stessa, e per la…

Sul fine vita serve un confronto “meno ideologizzato e più attento ai reali vissuti delle persone”. Monsignor Renzo Pegoraro, medico e sacerdote, è il nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nominato da papa Leone XIV lo scorso 27 maggio. Mentre la politica italiana si appresta a discutere di una legge resa necessaria dall’intervento della Consulta, Pegoraro ricorda che ci sono già due leggi, sulle cure palliative e sul consenso informato del paziente, che già fornirebbero molte risposte se fossero applicate meglio, e valuta l’ipotesi di un comitato etico nazionale come “qualcosa di un po’ astratto e lontano dalle singole persone”.

E’ noto il no della Chiesa all’eutanasia, da un lato, e, dall’altro, all’accanimento terapeutico: qual è la posizione sul suicidio assistito?

“Rimane sempre anche il no al suicidio assistito, che va comunque distinto dall’eutanasia, e che rappresenta in sé sempre una sconfitta per il malato, per la famiglia, per la medicina stessa, e per la società. Non essere in grado oggi, di fronte a certe malattie gravi o irreversibili, di porre in essere una cura e un’assistenza buona ed efficace, per cui non si veda altra soluzione da parte del paziente che suicidarsi, suscita molti interrogativi e perplessità. Si possono offrire cure palliative che permettano a una persona di essere bene assistita, non abbia dolore e possa trovare un accompagnamento, evitando così la sofferenza e la solitudine. La Chiesa insiste su come tutelare la vita di ognuno, come accompagnare quando purtroppo la morte è inevitabile ma viene, con l’aiuto di chi assiste, accettata e affrontata. È anche vero che in certe situazioni rimane il mistero della mente e del cuore della persona, talvolta impenetrabili e indecifrabili. Ma che l’unica soluzione intravista sia suicidarsi e chiedere aiuto per commettere il suicidio, risulta comunque una sconfitta di tutti”.

Dopo che la Corte costituzionale ha aperto alla depenalizzazione condizionata, nel Piccolo lessico del fine vita pubblicato ad agosto dell’anno scorso, la Pontificia accademia per la vita che ora papa Leone l’ha chiamata a guidare, pur ribadendo la «illiceità morale» del suicidio assistito, affermava che i credenti sono chiamati a «contribuire a individuare un punto di mediazione accettabile fra posizioni differenti». Una legge è dunque opportuna?

“Siamo in una situazione difficile da definire e risolvere. La Corte costituzionale ha in pratica depenalizzato l’aiuto al suicidio a un malato a certe condizioni. In una società pluralista e in parte secolarizzata occorrerà promuovere un dialogo, trovare delle mediazioni, per comprendere con chiarezza quali forme di tutela garantire alle persone malate, in particolare quelle più fragili fisicamente e psicologicamente più vulnerabili, e offrire quelle buone cure palliative che consentono l’accompagnamento nella fase conclusiva della vita. Teniamo presente che in Italia ci sono già due buone leggi, la 38 del 2010 sul trattamento del dolore e le cure palliative e la 219 del 2017 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, che, se applicate bene, forse riuscirebbero a risolvere tutte le situazioni più complesse. Se venissero attuate in modo più capillare e preciso potrebbe succedere che si arriva a una legge sul suicidio medicalmente assistito e nessuno poi vi ricorre”.

Che metodo andrebbe adottato per trattare l’argomento?

“Insisto sull’impegno di un dialogo che coinvolga anzitutto i medici impegnati nelle cure palliative, che hanno maggiore esperienza di cura, presa in carico e accompagnamento nella fase terminale della vita. Poi è opportuno il dialogo con le associazioni, il volontariato e tutti coloro che esprimono una presenza della società civile in queste fasi. Il dialogo, il coinvolgimento di diverse competenze, esperienze, sensibilità potrebbe condurre a soluzioni anche giuridiche più adeguate. La Chiesa si impegna a promuovere questo dialogo e questo confronto, meno ideologizzato e più attento ai reali vissuti delle persone, che nella stragrande maggioranza cercano sempre di essere curate, anche quando la malattia evolve in modo negativo, ma non vogliono essere abbandonate né vogliono l’accanimento terapeutico. Nel dialogo e nel confronto possiamo individuare percorsi per gestire al meglio queste situazioni, sempre promuovendo i valori fondanti della nostra società che sono la presa in carico dei più deboli, il fatto che anche chi sta per morire è una persona che va salvaguardata nella sua dignità, accompagnata e non indotta o favorita ad autoeliminarsi. Non è il suicidio la risposta ai problemi quando oggi abbiamo reali ed efficaci alternative che curano la vita anche di chi muore, la vita anche per chi sta per concluderla”.

Lei parlava della stragrande maggioranza dei pazienti: cosa direbbe a quegli anche pochissimi che, pur con le cure palliative, dicono: la vita per me è insopportabile?

“Le cure palliative, come tutte le cure, devono funzionare, essere efficaci, cioè in questo caso evitare o controllare il dolore fisico. C’è anche il problema della sofferenza psicologica e spirituale, bisogna domandarsi quale aiuto un personale preparato può dare per trovare un senso anche quando la vita sta andando verso la fine. E’ importante un sistema sanitario che dia il messaggio che sempre si prenderà cura e offrirà assistenza ai bisogni della persona, e anche che stabilisca dei limiti su fin dove arrivare, fin dove spingersi, perché c’è anche il mistero del cuore dell’uomo, come affronta certe situazioni quando è malato: la legge del 2017 permette anche di sospendere tutti i trattamenti se il paziente lo chiede, di continuare ad assisterlo anche eventualmente con la sedazione palliativa profonda, che può essere accettata dalla Chiesa e regolamentata dalla legge, e che è competenza dei medici gestirla in maniera personalizzata. Significa accettare la morte quasi che un malato possa dire, in certi casi, ‘lasciatemi andare’, come disse anche san Giovanni Paolo II, e allora viene assistito ed eventualmente aiutato affinché non abbia nessun dolore e nessuna sofferenza”.

Cosa pensa dell’ipotesi, inclusa nella bozza di legge, che a decidere sui singoli casi sia non già il servizio sanitario nazionale ma un comitato etico nazionale nominato dal Governo?

“Nella mia esperienza, verifico che è sempre importante incontrare il malato, avere un dialogo reale, avere una visione concreta della sua situazione molto personale: un unico comitato nazionale credo che faccia fatica ad andare in casa del malato per capire il suo vissuto e vedere quali sono i suoi bisogni e quali le risposte concrete alla sua situazione. Rischia di essere qualcosa di un po’ astratto e lontano dalle singole persone e dai loro vissuti”.

Santa Sede e Cei si sono sempre spese a favore delle cure palliative: come andrebbero articolate? L’opposizione intravede nella bozza di legge un rischio di rendere queste cure obbligatorie: cosa ne pensa?

“Andrei cauto nell’utilizzare il termine obbligatorio, ma è anche vero che in medicina esistono già da tempo percorsi e approcci che prevedono dei passaggi: prima bisogna provare con una certa terapia per poi avere accesso ad un altro tipo di intervento. E’ una procedura abbastanza frequente, si possono "provare" le cure palliative per vedere se danno un beneficio reale al paziente. Insomma, che si preveda un passaggio di questo tipo potrebbe essere in sintonia con altre pratiche che in medicina già si seguono”.

Come ha valutato la legge della regione Toscana e, più in generale, la prospettiva di una regionalizzazione della materia?

“Sono molto perplesso e tendenzialmente contrario alla regionalizzazione della materia, essendo in gioco valori fondamentali della nostra costituzione e del nostro assetto nazionale. La tutela della vita umana, le cure necessarie, l’accompagnamento credo debbano avere garanzie nazionali più che regolamentazioni regionali che creerebbero disparità di tutela di un valore fondamentale come la vita umana, anche quando la malattia sta conducendo alla fine”.

Nutrizione e idratazione artificiali, si leggeva sempre nel lessico dell’anno scorso, non sono «semplici procedure assistenziali e il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente che le rifiuti con una consapevole e informata decisione». Cosa comporta questo?

“Occorre fare discernimento delle diverse situazioni, per questo il dialogo con il mondo medico è fondamentale, con chi ha esperienza di come si gestiscono certe situazioni quando ad esempio è difficile o impossibile l’alimentazione per bocca o ci sono scompensi di vario tipo. Alimentazione e idratazione si chiamano artificiali perché hanno bisogno di dispositivi, procedure e protocolli definiti, occorre valutare dal punto di vista clinico quando sono utili o quando ormai causa di ulteriori disagi per il malato. Qui diventa molto importante la valutazione caso per caso e sarebbe prezioso fossero disponibili in tutti gli ospedali forme di consulenza etica, servizi di etica clinica, comitati etici per la pratica clinica, che permettano di operare quella valutazione critica su come interpretare alimentazione e idratazione, come tenere conto della volontà e della libertà del paziente, della sua responsabilità e della responsabilità dei medici curanti e dei familiari coinvolti”.

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