Roma – Trattare. E ridurre l’impatto di possibili dazi oltre il 10% su agroalimentare, bevande alcoliche e farmaceutica. A sera, Giorgia Meloni parla con Ursula von der Leyen. Si raccomanda con lei: attenzione a questi settori produttivi, perché per Roma sono prioritari. È l’ultima di una serie di telefonate che vanno avanti per tutto il giorno: prima Emmanuel Macron, dopo Friedrich Merz, poi di nuovo il francese. A tutti, la presidente del Consiglio consegna un appello: proviamo a fare in fretta, accordandoci al 10%. Non è il migliore dei mondi possibili, ma è peggio «l’incertezza». Insomma: «Chiudiamo presto e nel migliore dei modi possibili».
Ogni Stato membro ha ovviamente interessi nazionali da tutelare. E l’Italia teme brutte sorprese in alcuni settori chiave. Il problema è che Donald Trump non offre punti di riferimento e le cancellerie devono muoversi senza conoscere davvero quali filiere voglia colpire la Casa Bianca. Ecco perché, alla fine, Meloni promette ai partner recip…
Roma – Trattare. E ridurre l’impatto di possibili dazi oltre il 10% su agroalimentare, bevande alcoliche e farmaceutica. A sera, Giorgia Meloni parla con Ursula von der Leyen. Si raccomanda con lei: attenzione a questi settori produttivi, perché per Roma sono prioritari. È l’ultima di una serie di telefonate che vanno avanti per tutto il giorno: prima Emmanuel Macron, dopo Friedrich Merz, poi di nuovo il francese. A tutti, la presidente del Consiglio consegna un appello: proviamo a fare in fretta, accordandoci al 10%. Non è il migliore dei mondi possibili, ma è peggio «l’incertezza». Insomma: «Chiudiamo presto e nel migliore dei modi possibili».
Ogni Stato membro ha ovviamente interessi nazionali da tutelare. E l’Italia teme brutte sorprese in alcuni settori chiave. Il problema è che Donald Trump non offre punti di riferimento e le cancellerie devono muoversi senza conoscere davvero quali filiere voglia colpire la Casa Bianca. Ecco perché, alla fine, Meloni promette ai partner reciproco sostegno: nessuno si salva da solo. Un netto cambio di strategia di Palazzo Chigi, già evidente nelle ultime settimane su Ucraina e competitività, perché dimentica gli antichi slogan sovranisti contro Parigi e Berlino e sposa un approccio di europeismo quasi emergenziale.
La lente della presidente del Consiglio si appunta come detto su alcune priorità. Una, in particolare, fa paura: l’opzione di dazi al 17% sull’agroalimentare. E soprattutto, sull’alcol: inciderebbe sulle esportazioni del vino. Pochi giorni fa, la presidente del Consiglio si è spesa personalmente con Trump per far saltare questa minaccia. L’altro settore sensibile è quello dell’automotive, che tiene in allerta soprattutto Roma e Berlino per l’impatto sull’intera filiera. Non solo per gli effetti sulla componentistica, ma per quanto potrebbe gravare in negativo sul Pil dei due Paesi. Non è un caso che attorno all’industria automobilistica ruoti la missiva sulla competitività che Meloni, Merz e Macron stanno limando da giorni, per chiedere un cambio di rotta anche a Ursula von der Leyen. Il terzo assillo della Meloni — per il quale si sta spendendo a tutti i livelli con l’amministrazione Usa — è quello della farmaceutica, altra eccellenza italiana.
Per il resto, la strategia di Palazzo Chigi non cambia. Roma continua a frenare Macron, che preferirebbe alzare ulteriormente il tiro contro Washington e non mostrarsi troppo arrendevole con Trump. Lo fa, stando però attenta a non rompere il fronte europeo. La linea resta insomma quella di mostrarsi sempre dialogante con il tycoon, in nome di una convinzione che si può riassumere così: «È l’unico modo per evitare guai peggiori». A metà pomeriggio, si diffonde anche la voce di un’imminente call tra i tre europei, von der Leyen e il presidente Usa: ma fino a sera non viene ufficializzato un contatto in questo formato.
Per Meloni, la soluzione migliore sarebbe quella di chiudere almeno un accordo di principio entro domani, sul modello del patto politico tra gli Stati Uniti e il Regno Unito, a cui poi far seguire trattative tecniche tra gli sherpa per dettagliare i prodotti sottoposti a dazi. Non sembra però questo lo schema più probabile: il metodo trumpiano continua a prevedere montagne russe, in un intreccio inestricabile di sensazioni positive e improvvise delusioni. L’obiettivo della premier, comunque, è limitare al 10% le barriere doganali americane. Giudica questo “prezzo” sostenibile. E, nel frattempo, insiste per strappare anche “zone franche”, con “dazi zero” per alcuni settori. Tutto, pur di superare l’incertezza, l’agitazione dei mercati finanziari e uno scontro aperto con l’alleato, dagli esiti imprevedibili.