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Piantedosi bloccato dalla Libia, le ong: “Il respingitore respinto. Adesso stop a tutti gli accordi”

Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi 

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All’indomani dello sgarbo della Cirenaica di Haftar, insorge la flotta civile. Sea-Watch: “Dimostra quanto il nostro governo e l’Ue siano sotto ricatto”
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Battute sarcastiche, meme, freddure. A poche ore dalla notizia, anticipata da Repubblica, del clamoroso respingimento del ministro Piantedosi e del team europeo, sui social è stata pioggia di (facili) ironie. “È andato per discutere di respingimenti ed è stato rimpatriato lui”, scriveva SeaWatch sui social, mentre Luca Casarini, cofondatore di Mediterranea e capomissione di Mare Jonio, annotava: “I respingitori che vengono respinti. Però”.

A bocce ferme e incidente diplomatico non ancora chiarito dal mondo della flotta civile, che da tempo chiede di mettere un punto ai rapporti con la Libia, arriva l’analisi di chi con quegli interlocutori è costretto a relazionarsi in mare. E spesso finisce male con lance di soccorso messe a rischio da …

Battute sarcastiche, meme, freddure. A poche ore dalla notizia, anticipata da Repubblica, del clamoroso respingimento del ministro Piantedosi e del team europeo, sui social è stata pioggia di (facili) ironie. “È andato per discutere di respingimenti ed è stato rimpatriato lui”, scriveva SeaWatch sui social, mentre Luca Casarini, cofondatore di Mediterranea e capomissione di Mare Jonio, annotava: “I respingitori che vengono respinti. Però”.

A bocce ferme e incidente diplomatico non ancora chiarito dal mondo della flotta civile, che da tempo chiede di mettere un punto ai rapporti con la Libia, arriva l’analisi di chi con quegli interlocutori è costretto a relazionarsi in mare. E spesso finisce male con lance di soccorso messe a rischio da manovre pericolose durante i salvataggi, navi ong raggiunte da raffiche di proiettili, false accuse con cui ci si confronta all’attracco in porto in Italia. Sul ponte, a ogni missione, si ascoltano i racconti e si leggono sui segni lasciati sui corpi le violenze a cui il blocco delle partenze espone: torture, detenzioni arbitrarie, stupri.

"Questa è l'ennesima occasione in cui si rende evidente che la Libia non è un Paese sicuro. Non lo è nemmeno per le istituzioni italiane e europee che, come chiunque altro, in questo Paese non hanno libertà di movimento" spiega Valentina Brinis, Advocacy Officer di Open Arms. E sulla stessa linea è Valeria Taurino, direttrice generale di Sos Méditerranée: “Quanto avvenuto conferma che non si può ignorare la complessità di interessi e conflitti interni che ci sono in Libia. Non si possono fare accordi politici e economici con regimi non democratici e le cui violazioni continue dei diritti umani sono documentate”. E in vista del rinnovo memorandum Italia-Libia, contro cui è partita una campagna lanciata da Refugees in Lybia e a cui hanno già aderito una quarantina di ong e associazioni fra cui Amnesty International, Emergency, Mediterranea Saving Humans, Medici Senza Frontiere, Open Arms, Sea Watch e Tavolo asilo immigrazione - la richiesta di Sos Méditerranée è tanto semplice, quanto precisa: “Quegli accordi vanno rivisti, il nostro governo non può continuare a sacrificare vite umane e diritti”.

Lo chiede con forza anche Giorgia Linardi di Sea Watch, che in passato ha lavorato a lungo in Libia e sul campo ha verificato quale sia la situazione. “Questi episodi – afferma - dovrebbero condurre in automatico a drastica revisione dei rapporti Ue-Libia, laddove non sono state sufficienti le evidenze di abusi e torture sistematiche e violente catture in mare e respingimenti illegali, operati anche dalla milizia capeggiata dal figlio del generale Haftar, su cui, come riferisce Amnesty International, pendono accuse di crimini l’umanità”. Ma lo sgarbo istituzionale e diplomatico di Haftar e i suoi, che senza pensarci due volte hanno bollato come “persone non gradite” tre ministri e un commissario Ue, in fondo – fa intendere – non deve stupire. “È l’ennesima dimostrazione di forza di parte libica che mostra quanto il nostro governo e l’Ue siano sotto ricatto e alla mercé delle dinamiche interne tra milizie e bande in cerca di legittimazione”. Insomma, chi semina vento, raccoglie tempesta e con certi interlocutori ce lo si deve anche in qualche misura aspettare.

“Questo genere di comportamenti – afferma Luca Casarini – gliel’abbiamo insegnato noi. In Libia Italia e Unione Europea si presentano come piazzisti alla ricerca di qualcuno che faccia il lavoro sporco ad Est, come ad Ovest”. Per Haftar spiega, non è più solo una questione di soldi. “Internazionalmente non è legittimato, ma comunque ci si siede con lui a discutere. È un signore della guerra che oggi sta alzando il prezzo, dicendo una cosa molto semplice: venite qua a chiedere che fermi i migranti e non avete il coraggio di darmi legittimazione internazionale?”.

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