L’effetto Trump taglia fuori l’Europa dalla Libia
di Gianluca Di FeoUno sgarbo del genere non si era mai visto: una sfida all’Italia e all’intera Unione europea, mai osata così apertamente neppure da Gheddafi che pure aveva abituato il mondo a un vasto catalogo di capricci e affronti. E che non fa parte dello stile del maresciallo Khalifa Haftar, tanto maldestro sul campo di battaglia quanto accorto nelle trame geopolitiche. Da ieri le cancellerie si interrogano sul gesto delle autorità cirenaiche nei confronti di Piantedosi e degli altri ministri Ue, tentando una spiegazione che fatica ad essere univoca. C’è la convinzione che non si tratti del solito braccio di ferro per strappare più aiuti economici da Bruxelles ma di qualcosa di più radicale. Il dato di fondo è abbastanza chiaro: i governi del Vecchio Continente stanno venendo tagliati fuori dalla partita libica.
È un argomento toccato un mese fa nei colloqui tra Macron e Meloni, con il presidente francese che è parso pronto ad archiviare la storica rivalità mediterranea per mettere in guardia la …
Uno sgarbo del genere non si era mai visto: una sfida all’Italia e all’intera Unione europea, mai osata così apertamente neppure da Gheddafi che pure aveva abituato il mondo a un vasto catalogo di capricci e affronti. E che non fa parte dello stile del maresciallo Khalifa Haftar, tanto maldestro sul campo di battaglia quanto accorto nelle trame geopolitiche. Da ieri le cancellerie si interrogano sul gesto delle autorità cirenaiche nei confronti di Piantedosi e degli altri ministri Ue, tentando una spiegazione che fatica ad essere univoca. C’è la convinzione che non si tratti del solito braccio di ferro per strappare più aiuti economici da Bruxelles ma di qualcosa di più radicale. Il dato di fondo è abbastanza chiaro: i governi del Vecchio Continente stanno venendo tagliati fuori dalla partita libica.
È un argomento toccato un mese fa nei colloqui tra Macron e Meloni, con il presidente francese che è parso pronto ad archiviare la storica rivalità mediterranea per mettere in guardia la premier sul nuovo scenario, che preoccupa pure Londra e ha visto Atene già mobilitarsi, spedendo navi militari davanti alle coste di Bengasi: sotto la spinta dell’amministrazione Trump si sta concretizzando un’intesa globale sul futuro del Paese e delle sue risorse energetiche. La mediazione statunitense sta lentamente livellando i contrasti tra la Turchia, referente principale di Tripoli, e l’Egitto, protettore di Bengasi, in un processo che sta già cambiando gli assetti di potere e non sembra dispiacere neppure alla Russia, sempre più attiva in Africa.
Erdogan e Al Sisi sono sostanzialmente i protagonisti del processo di unificazione avviato dalla Casa Bianca, che lascia aperta a Putin la possibilità di tenere basi logistiche in Cirenaica. E i numerosi centri di potere libici, come il parlamento di Tobruk che fa capo al portavoce Ageela Saleh, paiono allinearsi alla congiuntura scandita dagli Usa. Più defilati gli Emirati arabi e il Qatar, discreti finanziatori di Bengasi e Tripoli ma entrambi attentissimi alle direttive di Trump.
In questo Grande Gioco la pedina più debole è il premier tripolino Dbeibah, che a metà maggio ha tentato di liberarsi del condizionamento delle milizie ma ne è uscito con le ossa rotte. Il blitz fallito gli ha alienato i consensi di Ankara e da allora punta sull’appoggio dell’Ue per sopravvivere, promettendo in cambio di arginare le partenze dei migranti. Anche ieri però nella capitale ci sono stati combattimenti tra i pretoriani del primo ministro e l’agguerrita Forza Rada, quella a cui è legato pure il generale Najeem Osama Almasri.
Haftar invece sente a 81 anni di avere l’ultima occasione per imporre la sua autorità sull’intero Paese e garantire la successione ai figli. Oggi Saddam e Khaled sono insediati al vertice dei reparti mentre Belgassem si dedica alle relazioni economiche e diplomatiche con un aumento di visibilità nell’ultimo periodo. C’è chi ritiene che siano proprio gli eredi, spesso in contrasto tra loro, a spingere per una linea più dura nei confronti degli europei, facendo leva anche sulla pressione migratoria. In migliaia nelle scorse settimane sono salpati dalla Cirenaica verso Creta, mettendo in seria difficoltà il primo ministro Kyriakos Mitsotakis. Lo scorso 25 giugno Mitsotakis ha schierato la flotta e fatto la voce grossa con Tripoli: “Non siamo una vigna selvaggia”. E ha intensificato il dialogo con Dbeibah. Il clan Haftar non si è lasciato intimidire: lunedì e martedì 1400 migranti sono approdati a Creta, cinquecento questa mattina.
Atene era sempre stata vicina ad Haftar, ritenuto il contrappeso alla presenza turca a Tripoli. Adesso invece il maresciallo intende ratificare il trattato Libia-Turchia sullo sfruttamento delle risorse petrolifere sottomarine, che ignora le rivendicazioni greche e cipriote: un documento bocciato dal Consiglio europeo. La questione dei giacimenti infastidisce pure il Cairo, che nei giorni scorsi ha chiesto l’intervento di Washington per tutelare i suoi interessi. Nel frattempo gli Haftar moltiplicano i rapporti militari con Russia e Bielorussia. I velivoli di Mosca atterrano sempre più di frequente sugli aeroporti della Cirenaica e scaricano armi utilizzate per consolidare il controllo sul Fezzan, la terza regione del Paese ricca di campi d’estrazione.
Come è sempre accaduto dal crollo di Gheddafi in poi, la frammentazione della Libia rende arduo ogni progetto di stabilizzare il quadro. Nella complessità di alleanze e inimicizie, anche qui però si sente l’effetto dell’era trumpiana e dell’unica strategia costante della politica estera statunitense: ridurre al minimo il peso dell’Europa, accaparrandosi spazi commerciali ed economici ovunque i conflitti irrisolti offrano un’opportunità.