La mossa era nell’aria, ma di certo è clamorosa e rischia di provocare un effetto domino, con tessere che cadono anche molto vicino a Roma. La procura generale della Libia ha emesso un ordine di comparizione per il generale Osama Njeem Almasri. I capi di accusa sono dodici. All’ex capo della milizia Rada, poi passato alla polizia giudiziaria, si contestano omicidi, stupri, crimini di guerra e contro l’umanità commessi o avallati nelle prigioni che ha controllato dal 2016 al 2020. Tutti reati — ha fatto sapere ieri la procura — ipotizzati sulla base del mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale, che a Roma il generale è riuscito a dribblare.
Forse sperava di riuscirci pure in Libia, quando le sue quotazioni erano ancora in alto. Dell’indagine a suo carico, Almasri sapeva almeno fin dal 28 aprile scorso, quando è stato invitato a presentarsi per un formale interrogatorio e ha ricevuto un avviso di garanzia. Con l’ordine di comparizione, emesso dopo che la procura «ha ri…
La mossa era nell’aria, ma di certo è clamorosa e rischia di provocare un effetto domino, con tessere che cadono anche molto vicino a Roma. La procura generale della Libia ha emesso un ordine di comparizione per il generale Osama Njeem Almasri. I capi di accusa sono dodici. All’ex capo della milizia Rada, poi passato alla polizia giudiziaria, si contestano omicidi, stupri, crimini di guerra e contro l’umanità commessi o avallati nelle prigioni che ha controllato dal 2016 al 2020. Tutti reati — ha fatto sapere ieri la procura — ipotizzati sulla base del mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale, che a Roma il generale è riuscito a dribblare.
Forse sperava di riuscirci pure in Libia, quando le sue quotazioni erano ancora in alto. Dell’indagine a suo carico, Almasri sapeva almeno fin dal 28 aprile scorso, quando è stato invitato a presentarsi per un formale interrogatorio e ha ricevuto un avviso di garanzia. Con l’ordine di comparizione, emesso dopo che la procura «ha riesaminato i procedimenti pendenti dinanzi alla magistratura nazionale per valutare la sussistenza di una giurisdizione concorrente rispetto alla Cpi», si va oltre.
Ed eccolo forse il primo problema per l’Italia. Alla memoria spedita alla procura dell’Aja per tentare invano di difendersi dall’accusa di inadempimento, il governo Meloni ha allegato una scarna letterina — presa per buona senza neanche una verifica, rimproverano i giudici — in cui si sostiene che tali verifiche fossero già state fatte e per questo Almasri dovesse essere estradato. Il procedimento, emerge adesso, è stato con tutta probabilità istruito solo dopo.
Del resto Almasri a gennaio, quando il Falcon italiano è atterrato all’aeroporto di Mitiga, è stato accolto con tutti gli onori e nessuno ha disturbato i festeggiamenti. Gli equilibri però in Libia cambiano in fretta e il generale nel giro di pochi mesi è diventato ingombrante. Magari anche per gli imbarazzi creati a un «governo amico» come l’Italia, con responsabili di dicasteri, sottosegretari e premier finiti davanti al Tribunale dei ministri? Difficile affermarlo con certezza. Di certo però si può datare con precisione il momento in cui Almasri diventa ufficialmente sacrificabile. È il 12 maggio, “Gheniwa” al Kikli, capo dello Stability Support Apparatus, fino a quel momento braccio armato al servizio del governo a terra e in mare e per questo ufficialmente finanziato, viene ammazzato. Nello stesso momento, caserme e centri di detenzione della Ssa, messa ufficialmente fuori legge, vengono assaltati. Meno di ventiquattro ore dopo, illegali diventano anche la Rada, storico feudo di Almasri, e la polizia giudiziaria, suo nuovo reame. Lui diventa uccel di bosco, a Tripoli partono gli scontri. E un periodo di instabilità lungi dall’essere concluso.
Ma se Almasri è sparito, la pressione su di lui continua. E la sconfessione è pubblica. Il 18 maggio il premier Dbeibeh, che già qualche giorno prima aveva pubblicamente riconosciuto l’autorità della Cpi sulla Libia «almeno fino al 2027», si presenta in tv. Nega di aver fatto pressioni per la liberazione di Almasri, «anzi le ho ricevute», e annuncia di voler consegnare «quel criminale» alla Corte. Dentro ci sono testimonianze, documentazione medica e materiale audiovisivo. La Libia però vuole di più: ecco perché Almasri viene invitato a comparire per un interrogatorio, sospeso in attesa di ricevere dalla Cpi «elementi probatori atti a dimostrare i fatti perseguiti». Una richiesta, spiegano alcune fonti, mirata anche a tentare di comprendere il quadro generale dell’inchiesta, che avrebbe già portato ad altri 86 mandati di cattura tenuti sotto segreto.
Ma paradossalmente anche per Almasri la Cpi potrebbe essere un exit strategy. Il generale, ancora a Tripoli come sembrano dimostrare alcuni video postati su TikTok, secondo fonti a lui vicine non esclude di consegnarsi. Tutto dipenderà dalla tenuta della “sua” Rada. Dovesse cadere, lui lo farebbe con lei e non solo metaforicamente. Consegnarsi potrebbe voler dire salvarsi la vita. E anche questo per Roma potrebbe essere un problema: alla Cpi, che la contesta come illegittima, lui stesso potrebbe a quel punto svelare i segreti della sua liberazione.