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Linardi: “Roma si piega per petrolio e sbarchi a un Paese non sicuro”

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La portavoce di Sea Watch: “L’Italia e l’Europa sono sotto ricatto. A Tripoli come a Bengasi sanno di poter alzare la posta”
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«Il respingimento del ministro Piantedosi e della delegazione Ue, espulsi da Bengasi come persone non grate, è una dimostrazione di forza che prova quanto l’Italia e l’Unione europea siano alla mercé delle dinamiche di prevaricazione e legittimazione fra le varie milizie dell’Est e dell’Ovest». Portavoce di Sea-Watch Italia, Giorgia Linardi ha lavorato a lungo in Libia e ne legge senza difficoltà le dinamiche.

Come si spiega la mossa della Libia di Haftar?

«L’interpretazione più semplice è che la Libia non sia sicura neanche per un ministro che va lì a offrire soldi. Quella più preoccupante – e più fedele alla realtà – è che Italia e Unione Europea sono sotto ricatto».

Per Piantedosi si è trattato solo di “un’incomprensione”.

«Alla luce dei soldi che l’Italia ha messo sulla Libia dal 2017, che un ministro venga respinto, dichiarato persona non grata e espulso dimostra solo la fragilità degli accordi, che significano diventare ostaggio di dinamiche di potere di un Paese complesso di cu…

«Il respingimento del ministro Piantedosi e della delegazione Ue, espulsi da Bengasi come persone non grate, è una dimostrazione di forza che prova quanto l’Italia e l’Unione europea siano alla mercé delle dinamiche di prevaricazione e legittimazione fra le varie milizie dell’Est e dell’Ovest». Portavoce di Sea-Watch Italia, Giorgia Linardi ha lavorato a lungo in Libia e ne legge senza difficoltà le dinamiche.

Come si spiega la mossa della Libia di Haftar?

«L’interpretazione più semplice è che la Libia non sia sicura neanche per un ministro che va lì a offrire soldi. Quella più preoccupante – e più fedele alla realtà – è che Italia e Unione Europea sono sotto ricatto».

Per Piantedosi si è trattato solo di “un’incomprensione”.

«Alla luce dei soldi che l’Italia ha messo sulla Libia dal 2017, che un ministro venga respinto, dichiarato persona non grata e espulso dimostra solo la fragilità degli accordi, che significano diventare ostaggio di dinamiche di potere di un Paese complesso di cui si sa con certezza solo la totale mancanza di rispetto dei diritti dei migranti».

Come valuta la determinazione dell’Italia a tenerli in piedi?

«È la prova di quanto siamo disposti a cedere, anche in termini di dignità internazionale, pur di delegare alla Libia il lavoro sporco sulle migrazioni. Che quegli accordi vadano rescissi lo prevede persino l’articolo 5 del Memorandum, vincolandoli al rispetto dei diritti umani. Prove e testimonianze portate all’attenzione del Parlamento italiano e Ue dimostrano che non è così».

Il governo potrebbe dire di non poter attribuire violenze e abusi ai suoi interlocutori?

«Piantedosi a Roma ha avuto un “proficuo incontro” con Saddam Haftar, figlio del generale e candidato alla successione, accusato di crimini contro l’umanità come capo della milizia Tariq Ben Zayed, di cui gli aerei di Sea-Watch hanno testimoniato i respingimenti di migranti in mare. Il governo dovrebbe fare un atto di onestà, ammettendo di essere disposto a pagare qualsiasi prezzo, anche in credibilità internazionale, pur di respingere le persone e tutelare accordi energetici».

Da parte libica questo atteggiamento come viene letto?

«Si sono accorti di poter alzare la posta tanto a Bengasi, come a Tripoli. E il caso Almasri lo dimostra. Rischiamo di farci dare lezioni di giustizia internazionale dai libici. Con l’emanazione dell’ordine di comparizione per Almasri da parte della procura generale, la Libia sta dichiarando pubblicamente di voler fare quello che l’Italia si è rifiutata di fare, riportando a casa con tutti gli onori un ricercato dalla Cpi. E come dimostrano gli ultimi sviluppi, ha anche cercato di nasconderlo».

Il risultato qual è stato?

«Permettere ad Almasri di continuare a commettere i crimini contro l’umanità e di guerra per cui è ricercato e lanciare un messaggio sconcertante a tutte le sue vittime: neanche in Italia e Europa, potrete avere giustizia».

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