Quando si è presentato in Parlamento, Carlo Nordio non sapeva della mail inviata dal suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi agli uffici quando già era stata messa a conoscenza dell’arresto di Almasri. Così come non era stato informato che gli uffici avevano preparato una bozza per “sanare” la situazione e permettere l’arresto del torturatore libico. Ma questo non cambia la sua posizione sulla vicenda: è convinto che il ministro aveva la facoltà di non procedere all’arresto se non convinto, come non lo era, della bontà degli atti arrivati dall’Aia: «La Cpi aveva commesso degli errori grossolani negli atti che ci hanno inviato. Non potevamo forzare e tenere agli arresti Almasri. Ci siamo comportati correttamente. Per questo io non scarico nessuno. Figuriamoci Giusi».
Non è stata una giornata facile quella di ieri tra via Arenula e Palazzo Chigi. Da settimane attendono la chiusura dell’indagine del tribunale dei ministri con ansia. Ma non si aspettavano un’accelerazione improvvisa, con …
Quando si è presentato in Parlamento, Carlo Nordio non sapeva della mail inviata dal suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi agli uffici quando già era stata messa a conoscenza dell’arresto di Almasri. Così come non era stato informato che gli uffici avevano preparato una bozza per “sanare” la situazione e permettere l’arresto del torturatore libico. Ma questo non cambia la sua posizione sulla vicenda: è convinto che il ministro aveva la facoltà di non procedere all’arresto se non convinto, come non lo era, della bontà degli atti arrivati dall’Aia: «La Cpi aveva commesso degli errori grossolani negli atti che ci hanno inviato. Non potevamo forzare e tenere agli arresti Almasri. Ci siamo comportati correttamente. Per questo io non scarico nessuno. Figuriamoci Giusi».
Non è stata una giornata facile quella di ieri tra via Arenula e Palazzo Chigi. Da settimane attendono la chiusura dell’indagine del tribunale dei ministri con ansia. Ma non si aspettavano un’accelerazione improvvisa, con la pubblicazione degli ennesimi carteggi interni. A preoccupare non sono tanto le conclusioni dell’indagine – perché sanno che qualsiasi esse siano, mai verrà concessa l’autorizzazione a procedere, dunque il processo non andrà mai da nessuna parte – quanto per la mole di documenti raccolta dal tribunale dei ministri in questi mesi e che verrà messa a disposizione dei parlamentari (se dovesse essere chiesta l’autorizzazione a procedere) o delle parti, se si andrà verso l’archiviazione. In molti ieri sottolineavano quello che definivano «un autogol»: non aver messo il segreto di Stato su atti che ora inevitabilmente saranno resi pubblici e che potrebbero creare imbarazzi perché documentano i rapporti tra Italia e Libia.
In quei documenti ci sarà anche la mail di Bartolozzi, per la quale ieri Chigi ha fatto sapere che l’avvocato Giulia Buongiorno sta valutando un esposto per rivelazione di segreto: quella mail però non è un atto di indagine ma di una corrispondenza tra più persone, non classificata come riservata. Non è inoltre il solo documento di cui la Bartolozzi, anche soltanto politicamente, dovrà dare conto: come capo di gabinetto aveva chiesto per esempio agli uffici informazioni sulle indagini dopo che Repubblica e altri quotidiani avevano raccontato di un’acquisizione di documenti al ministero di cui lei non era stata messa a conoscenza. Prima infatti provò a smentire la notizia, poi scrisse una mail protocollata chiedendo al dirigente dell’ufficio, Luigi Birritteri, quali atti erano stati consegnati al tribunale dei ministri. Sostenendo che la richiesta arrivasse direttamente da Nordio. Una sgrammaticatura che è stata fatta notare anche durante le audizioni.
Proprio questo iper attivismo della “ministra”, come in via Arenula chiamano la Bartolozzi, ha rinverdito in queste ore i mal di pancia di pezzi della maggioranza. Anche interni a Fratelli d’Italia. È un fatto che nei mesi scorsi, proprio per evitare nuovi pasticci come quello di Almasri, Palazzo Chigi, e Mantovano in particolare, ha deciso di avocare a sé un certo tipo di fascicoli. In mattinata c’era chi ipotizzava un passo indietro della “ministra” ma è un’ipotesi al momento praticamente irrealizzabile. Ha la massima fiducia del ministro e Palazzo Chigi, seppur seccato da tutta la vicenda, non vuole alzare ulteriore polvere. La premier Giorgia Meloni sta seguendo direttamente il dossier. E ieri ha dettato la linea: non rispondere alle provocazioni delle opposizioni e nessuna informativa in Aula. Se i magistrati, nel pieno dello scontro sulla separazione delle carriere, decideranno di procedere contro qualche membro del Parlamento, ci sarà un motivo in più per soffiare sul fuoco dello scontro tra istituzioni.