Mentre il caso Almasri rischia di costare a Nordio (e non solo) un processo e Piantedosi tenta di derubricare il respingimento rimediato in Cirenaica a «piccolo incidente», sono i nudi numeri a certificare il fallimento degli accordi formali e informali che il governo Meloni ha difeso e mantenuto con Tripoli e Bengasi. Negli ultimi sei mesi gli arrivi dalla Libia sono di fatto raddoppiati rispetto al 2024.
Delle 31.238 persone migranti arrivate in Italia dal 1 gennaio al 7 luglio, quasi 27mila sono partite dai porti di Tripolitana e Cirenaica (lo scorso erano erano state 14mila). In generale, se nel 2024 chi ha attraversato il mare solo nel 56 per cento dei casi è partito dalla Libia, nei primi sei mesi del 2025 a fuggire da lì è stato il 91 per cento delle persone arrivate in Italia. L’aumento — i dati raccolti e elaborati da Unhcr lo dimostrano — è stato costante. Fatta eccezione per marzo, non c’è mese che non faccia registrare una crescita.
A gennaio, quando l’Italia si è affr…
Mentre il caso Almasri rischia di costare a Nordio (e non solo) un processo e Piantedosi tenta di derubricare il respingimento rimediato in Cirenaica a «piccolo incidente», sono i nudi numeri a certificare il fallimento degli accordi formali e informali che il governo Meloni ha difeso e mantenuto con Tripoli e Bengasi. Negli ultimi sei mesi gli arrivi dalla Libia sono di fatto raddoppiati rispetto al 2024.
Delle 31.238 persone migranti arrivate in Italia dal 1 gennaio al 7 luglio, quasi 27mila sono partite dai porti di Tripolitana e Cirenaica (lo scorso erano erano state 14mila). In generale, se nel 2024 chi ha attraversato il mare solo nel 56 per cento dei casi è partito dalla Libia, nei primi sei mesi del 2025 a fuggire da lì è stato il 91 per cento delle persone arrivate in Italia. L’aumento — i dati raccolti e elaborati da Unhcr lo dimostrano — è stato costante. Fatta eccezione per marzo, non c’è mese che non faccia registrare una crescita.
A gennaio, quando l’Italia si è affrettata a riaccompagnare Almasri in Libia, a dispetto del mandato di cattura della Corte penale internazionale, le persone in fuga dalla Libia erano già più del doppio rispetto al 2024. Ma è da aprile che la curva progressivamente si alza fino quasi a triplicare le cifre del 2024. I numeri lasciano poco spazio all’interpretazione: 4.718 persone in più ad aprile, 3.972 a maggio, 2441 a giugno.
Un trend, spiegano da Tripoli, che non deve ingannare. Le tensioni che a maggio sono esplose nell’omicidio di Alkikli, capo dello Stability support apparatus che in mare gestiva le intercettazioni e a terra i centri di detenzione, e il malriuscito tentativo del governo Dbeibeh di azzerare, «perché diventate troppo autonome», la Rada e la polizia giudiziaria di Almasri, attive nello stesso business, hanno solo rallentato un po’ la macchina, forse.
«La situazione in Libia è instabile e variegata — spiega Flavio Di Giacomo di Oim, l’agenzia Onu per le migrazioni — molte delle persone detenute a Tripoli nei mesi scorsi sono riuscite a fuggire, ma la decisione di partire è determinata da dinamiche mutevoli e non prevedibili». Quello che si può facilmente immaginare, con le milizie polverizzate in bande — suggeriscono alcune fonti da Tripoli — è che il business diventi più violento e il prezzo lo paghi chi, in assenza di canali, sicuri e rapidi, è costretto a scegliere di attraversare il mare su una tinozza.
«Tentare di bloccare le partenze delle persone migranti, finanziando Tunisia e Libia conduce solo a orrori indicibili — dice don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di Mediterranea — è un problema di dignità umana, che viene calpestata, di fraternità, ma anche di mafia e antimafia. Almasri non è soltanto un torturatore, ma uno dei capi della mafia libica. Pagando soggetti di questo genere, si sta solo creando un sistema in cui le mafie sguazzano». E si disegnano nuove rotte, su cui la vita di un essere umano vale meno di 12 euro.
È emerso in modo chiaro dal rapporto “Tratta di Stato”, presentato da Asgi, Border Forensic e altre associazioni al Parlamento europeo, che ha svelato come, dopo gli accordi fra Italia, Ue e Tunisia, i migranti intercettati in mare dalle autorità diventino merce al confine con la Libia.
«Un uomo — spiega Valeria Taurino, direttrice generale di Sos Méditerranée — ha raccontato al nostro equipaggio di essere stato catturato in mare poi venduto ai miliziani libici per 150 dinari, meno del prezzo di una capra. Italia e Ue hanno finanziato, equipaggiato e legittimato autorità e attori responsabili di gravi violazioni dei diritti umani».
Un gioco pericoloso, che potrebbe non essere esente da conseguenze, avverte il giurista Gianfranco Schiavone, fra i fondatori di Asgi. « Si configura una responsabilità, indiretta ma molto concreta, nella commissione di tali crimini. La diplomazia, che si deve esercitare con chiunque si trovi al governo di uno Stato, anche autoritario, non ha niente a che fare con tutto questo».