Il rovello dei dazi aspettando la lettera di Donald Trump all’Ue, i dubbi sul piano di riarmo europeo, una proposta per avere più flessibilità negli investimenti in difesa. Nello studio di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni riceve il commissario all’Economia di Bruxelles, il lettone Valdis Dombrovskis. Il clou della conversazione è l’Ucraina, viste anche le ultime sortite del presidente Usa dopo l’attacco dei droni russi a un ospedale di Kharkiv. E naturalmente le spese militari, da rafforzare massicciamente, così chiede la Nato. Ma come centrare l’obiettivo? A Dombrovskis, la premier ripete che per il governo italiano, così com’è stato confezionato, il Rearm Eu non va bene. Serve maggiore flessibilità. Già negli scorsi summit europei si è parlato di altre opzioni, come gli eurobond caldeggiati dalla Francia di Emmanuel Macron. Sul tavolo di Chigi, Meloni ne scodella un’altra: sfruttare lo “Step” (Strategic Technologies for Europe Platform).
Si stratta di uno strumento pensato da Bruxelles…
Il rovello dei dazi aspettando la lettera di Donald Trump all’Ue, i dubbi sul piano di riarmo europeo, una proposta per avere più flessibilità negli investimenti in difesa. Nello studio di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni riceve il commissario all’Economia di Bruxelles, il lettone Valdis Dombrovskis. Il clou della conversazione è l’Ucraina, viste anche le ultime sortite del presidente Usa dopo l’attacco dei droni russi a un ospedale di Kharkiv. E naturalmente le spese militari, da rafforzare massicciamente, così chiede la Nato. Ma come centrare l’obiettivo? A Dombrovskis, la premier ripete che per il governo italiano, così com’è stato confezionato, il Rearm Eu non va bene. Serve maggiore flessibilità. Già negli scorsi summit europei si è parlato di altre opzioni, come gli eurobond caldeggiati dalla Francia di Emmanuel Macron. Sul tavolo di Chigi, Meloni ne scodella un’altra: sfruttare lo “Step” (Strategic Technologies for Europe Platform).
Si stratta di uno strumento pensato da Bruxelles per gli investimenti in tecnologie e che secondo fonti italiane avrebbe condizioni migliori rispetto alla formula del Rearm (150 miliardi da prestiti europei, 650 dai bilanci statali con deroghe). Il meccanismo dello Step sarebbe simile all’Invest Eu, opzione caldeggiata da Meloni al consiglio europeo di marzo. Anche il nome, il richiamo alle tecnologie, rafforzerebbe la narrazione che vuol far passare la maggioranza, che non si spenderà solo in armi, ma per la sicurezza in generale. Di contro, secondo fonti europee Dombrovskis avrebbe ricordato che anche il Mes potrebbe essere utilizzato per la difesa e che la ratifica dell’Italia sarebbe «importante». Ma fonti di Chigi smentiscono che l’argomento Mes sia stato trattato.
L’utilizzo dello Step non spazza via l’altro nodo legato agli investimenti in difesa, il ricorso dell’Italia alla clausola di salvaguardia nazionale. In base alle nuove regole europee, le spese in sicurezza si potranno scorporare dal patto di stabilità. Ma l’Italia oggi è ancora sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, dunque sorvegliata speciale. La procedura terminerà quando il deficit scivolerà sotto il 3%, obiettivo che Roma dovrebbe raggiungere in teoria sul finire dell’anno prossimo. Ora il rischio qual è? Che con le nuove norme comunitarie il nostro Paese non ottenga la flessibilità concessa agli altri stati Ue, se supererà il 3% per via dell’impegno militare mentre è sotto procedura d’infrazione. Il governo su questo chiede garanzie. Un ritocco delle regole. Dombrovskis sarebbe disponibile ad affrontare la questione, ma senza sbilanciarsi. Ecco perché si valuta una possibile uscita anticipata dell’Italia dalla procedura d’infrazione: se riuscissimo a scendere sotto quota 3% quest’anno, la pratica verrebbe chiusa a metà del 2026. E allora il governo potrebbe sì aumentare gli investimenti, ricorrendo a maggiore debito, già nella seconda metà del prossimo anno, anziché nel 2027.
Nella chiacchierata, che all’uscita da Chigi Dombrovskis definisce «ottima», si parla anche di altro. Della prossima richiesta di revisione del Pnrr, del documento sulla competitività e le auto a cui Meloni sta lavorando con gli omologhi di Parigi e Berlino. Ma anche dei dazi, in attesa della lettera di Trump all’Unione europea. Le certezze sono poche, le preoccupazioni tante, sia a Bruxelles che a Roma, considerato il voltafaccia dell’amministrazione americana sul Canada, che dovrà subire tariffe al 35%. Per l’Europa lo spettro è il 20%. Aspettando le mosse di Washington, la premier dovrebbe affrontare l’argomento con il commissario Ue che segue il dossier, il titolare del Commercio, Maros Sefcovic, atteso in missione a Roma la prossima settimana.