ROMA – Nulla di fatto. L’accordo ancora non c’è. Il pranzo a palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni, i due vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, e il presidente di Noi moderati, Maurizio Lupi, non ha sbloccato lo stallo che si registra sui candidati delle sei regioni che andranno al voto e in particolare sulla scelta dell’aspirante governatore veneto. Per questo si sono dati appuntamento a lunedì prossimo.
«Il vertice è andato benissimo», si limita a dire il leader leghista, nei corridoi di Montecitorio, dopo un’ora e mezza di incontro. Ma non appare di buon umore, è laconico, non ha voglia di parlare, tanto che al termine del question time si infila in un altro corridoio e va via silente. Il puzzle è complicato e gli appetiti degli alleati non si sono placati mangiando, anzi.
Salvini a tavola ribadisce che «squadra vincente non si cambia» e quindi in Veneto il candidato dovrà essere un leghista. Ma Fratelli d’Italia continua a rivendicare un cambio, in nome delle attuali perc…
ROMA – Nulla di fatto. L’accordo ancora non c’è. Il pranzo a palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni, i due vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, e il presidente di Noi moderati, Maurizio Lupi, non ha sbloccato lo stallo che si registra sui candidati delle sei regioni che andranno al voto e in particolare sulla scelta dell’aspirante governatore veneto. Per questo si sono dati appuntamento a lunedì prossimo.
«Il vertice è andato benissimo», si limita a dire il leader leghista, nei corridoi di Montecitorio, dopo un’ora e mezza di incontro. Ma non appare di buon umore, è laconico, non ha voglia di parlare, tanto che al termine del question time si infila in un altro corridoio e va via silente. Il puzzle è complicato e gli appetiti degli alleati non si sono placati mangiando, anzi.
Salvini a tavola ribadisce che «squadra vincente non si cambia» e quindi in Veneto il candidato dovrà essere un leghista. Ma Fratelli d’Italia continua a rivendicare un cambio, in nome delle attuali percentuali di consenso sul piano nazionale e propone, eventualmente, anche un candidato civico sul modello Liguria di Marco Bucci. Ai leghisti verrebbe garantita la Lombardia, ma il voto è troppo distante e quindi è un boccone impossibile, per il vicepremier, da mandare giù.
In questo contesto i quattro leader dovranno trovare anche un ruolo al presidente uscente Luca Zaia, che non può ricandidarsi dato che non è stato sbloccato il limite dei due mandati. Il Doge, che dopo settimane di gelo due giorni fa ha incontrato Salvini, teme che il vicepremier stia facendo circolare l’indiscrezione su un futuro suo incarico da ministro allo scopo di “bruciarlo” politicamente.
Anche perché in Fratelli d’Italia non hanno alcuna voglia di mettere mano alla squadra di governo nei prossimi mesi. Comunque sia, in ottica regionali, tutto può succedere. E la partita del Veneto si incrocia con quella della Campania. In quel caso il centrodestra resta in stand-by, in attesa che il centrosinistra chiuda l’accordo su Roberto Fico. Il nome più quotato nella coalizione di governo è quello del vice ministro Edmondo Cirielli (FdI). Tuttavia, tra le indiscrezioni che circolano in maggioranza, ci sarebbe quella che riporta in auge l’ipotetica candidatura del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Il diretto interessato ha già più volte smentito qualsiasi interesse. Soprattutto a non confermarla è il partito della premier, tutt’altro che intenzionato a lasciare il Viminale a Salvini.
Nelle altre regioni il quadro è più chiaro e nessuno dei commensali ha sollevato dubbi. Nelle Marche è ormai avviata la campagna per la riconferma del governatore meloniano Francesco Acquaroli, in Puglia e in Toscana sono ormai date per scontate le corse dell’azzurro Mauro D’Attis e del sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi, FdI. Seppure, sul destino di Eugenio Giani, da ieri, pesino anche i dubbi del leader M5S: «Chiediamo segnali di rinnovamento», il messaggio di Giuseppe Conte.
Al tavolo si è parlato anche delle possibili date. La fuga in avanti di Zaia, che si era detto favorevole all’election day, non è piaciuta ai big dei partiti. Anche perché nelle Marche l’orientamento della giunta sarebbe quello di fissare l’appuntamento con le urne a fine settembre, per ridurre il tempo a disposizione dello sfidante Matteo Ricci. A quel punto, nelle altre regioni si andrebbe al voto nelle settimane successive. In Toscana si ragiona sul 12 ottobre.