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Meloni e la Cisl: rapporti più freddi dopo l’idillio con Sbarra

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, LUIGI SBARRA SG CISL 

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Oggi la premier torna al congresso. Cosa resta di quel clima idilliaco creato sul palco con l’ex leader ora con un incarico al governo?
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Sotto i marmi del palazzo dei congressi dell’Eur, disegnati da Adalberto Libera per l’Expo del 1938, questa mattina Giorgia Meloni prenderà di nuovo la parola a un congresso della Cisl. L’ultima volta, oggettivamente, fu uno spettacolo senza precedenti. Mai era accaduto, a un leader della tradizione missina, di essere accolto con un calore simile dal sindacato fondato da due protagonisti della Resistenza come Giulio Pastore e Carlo Donat-Cattin. Ma quella era la Cisl di Luigi “Gigi” Sbarra, che aveva fatto del collateralismo un’arte, assorbito poi al governo con uno strapuntino da sottosegretario al Sud. Era la Cisl esaltata da Meloni, dal palco del congresso, come l’unica centrale sindacale capace di «superare una volta per tutte questa tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere».

Cosa resta, un anno dopo, di quel clima idilliaco? Da parte della premier, lo slancio è lo stesso e si capirà oggi dal tono del suo intervento. La C…

Sotto i marmi del palazzo dei congressi dell’Eur, disegnati da Adalberto Libera per l’Expo del 1938, questa mattina Giorgia Meloni prenderà di nuovo la parola a un congresso della Cisl. L’ultima volta, oggettivamente, fu uno spettacolo senza precedenti. Mai era accaduto, a un leader della tradizione missina, di essere accolto con un calore simile dal sindacato fondato da due protagonisti della Resistenza come Giulio Pastore e Carlo Donat-Cattin. Ma quella era la Cisl di Luigi “Gigi” Sbarra, che aveva fatto del collateralismo un’arte, assorbito poi al governo con uno strapuntino da sottosegretario al Sud. Era la Cisl esaltata da Meloni, dal palco del congresso, come l’unica centrale sindacale capace di «superare una volta per tutte questa tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere».

Cosa resta, un anno dopo, di quel clima idilliaco? Da parte della premier, lo slancio è lo stesso e si capirà oggi dal tono del suo intervento. La Cisl, il sindacato “responsabile” e non conflittuale, è del resto la sponda necessaria alla leader di FdI per proseguire il suo tentativo di sfondamento al centro. Quella strategia che Meloni non ha mai abbandonato fin dal primo giorno di permanenza a palazzo Chigi e che ha nutrito con alcuni gesti simbolici. Uno su tutti: accordarsi con Ursula von der Leyen e far nominare Raffaele Fitto (non a caso un ex Dc) a vicepresidente esecutivo della Commissione.

Nel frattempo, però, qualcosa sembra cambiato, almeno sul lato Cisl. Un po’ è la fase economica difficile, l’incertezza sui dazi, i salari che restano troppo bassi, i contratti ancora da chiudere, il Pnrr che arriva a scadenza. E poi ci sono anche le persone. Con tutta evidenza Daniela Fumarola, benché delfina di Sbarra, non è Sbarra. Lo si è visto nella corposa relazione con cui ieri ha aperto il congresso (nota a margine: gli interventi congressuali sono gli unici rimasti nella taglia calibrata Fidel Castro, due ore minimo). Dopo tanto tempo, per il governo c’erano sì carezze ma anche qualche pizzicata. Prontamente colta dai rappresentanti di Cgil e Uil invitati come ospiti. E, già che ci siamo, vale notare anche un fatto che non è soltanto buona educazione. All’ultimo congresso Sbarra non aveva fatto parlare Bombardieri e Landini, che infatti se l’erano presa. Stavolta Fumarola è stata invece ospite generosa, offrendo il palco agli amici-rivali sindacali nel giorno di apertura.

Dunque, le carezze. Sul taccuino è rimasto il no al salario minimo (dispiacere per Elly Schlein, seduta in prima fila), il sì al nucleare, l’offerta di un fumoso “patto di responsabilità” con il governo, qualsiasi cosa voglia dire. La stoccata contro i referendum di giugno sul lavoro, “vecchi arnesi, armature di un tempo che non c’è più”. E tuttavia, Fumarola, che ha citato soltanto en passant il predecessore, sorvolando per altro sul suo ruolo governativo, non le ha mandate a dire a Meloni su molti altri temi. Persino sulla legge di iniziativa popolare sulla partecipazione, che la destra ha trasformato in legge dello Stato intestandosi una storica battaglia cislina, la segretaria ha mostrato gli artigli: “È importante, ora, che la nuova legge sia subito sperimentata nelle grandi imprese controllate o partecipate dallo Stato. Poste Italiane, Eni, Enel, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Terna, Snam… colossi pubblici che per dimensione, impatto e missione possono e devono essere protagonisti di un nuovo modello partecipativo di politica industriale”. Una sfida vera e propria a Meloni ad aprire i Cda delle partecipate ai lavoratori, ovvero ai sindacati. E poi, ancora, sì allo Ius Scholae, perché “più di 800 mila bambini, italiani in tutto tranne che nei documenti, aspettano un riconoscimento doveroso. Negarlo è miope, oltre che ingiusto”. Sì a un fisco meno generoso con gli evasori, perché “l’evasione è un furto ai danni dei lavoratori e dei pensionati, che non possono essere gli unici a finanziare welfare e servizi”, no quindi ai condoni e alle sanatorie di Salvini.

Nei confronti di Meloni resta esplicito “l’apprezzamento” per l’auspicio della premier di “un’alleanza con sindacati e imprese per far fronte comune”. Ma l’impressione è che la stagione della delega in bianco al governo, inaugurata da Sbarra, sia arrivata alla fine. “Ora – ha ammonito Fumarola - è il momento della concretezza. E di certo noi giudicheremo il cammino non dalle parole ma dai risultati concreti”. La replica oggi alla premier.

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