“Tariffe, serve unità nazionale”, svolta di Meloni in un dossier
di Tommaso CiriacoUnità nazionale sui dazi. O meglio ancora, «coesione nazionale» per gestire assieme all’opposizione l’enorme sfida delle barriere doganali imposte da Donald Trump, potenzialmente in grado di mettere in crisi il Paese. Per rendersi conto dell’ostacolo che disturba in queste ore il cammino di Giorgia Meloni, è utile leggere il dossier riservato e non destinato alla pubblicazione che l’ufficio studi di Fratelli d’Italia ha confezionato per i gruppi parlamentari meloniani. Un testo appena elaborato dal coordinatore Francesco Filini, diretta emanazione del potente sottosegretario alla Presidenza, Giovanbattista Fazzolari. Una linea che sarà presto rilanciata anche dalla premier.
La premessa da cui parte il dossier è questa: «Il governo sostiene pienamente gli sforzi della Commissione europea» nella mediazione con Washington e «confida nella buona volontà di tutte le parti per arrivare a un accordo equo, con la consapevolezza che una guerra commerciale interna all’Occidente indebolirebbe …
Unità nazionale sui dazi. O meglio ancora, «coesione nazionale» per gestire assieme all’opposizione l’enorme sfida delle barriere doganali imposte da Donald Trump, potenzialmente in grado di mettere in crisi il Paese. Per rendersi conto dell’ostacolo che disturba in queste ore il cammino di Giorgia Meloni, è utile leggere il dossier riservato e non destinato alla pubblicazione che l’ufficio studi di Fratelli d’Italia ha confezionato per i gruppi parlamentari meloniani. Un testo appena elaborato dal coordinatore Francesco Filini, diretta emanazione del potente sottosegretario alla Presidenza, Giovanbattista Fazzolari. Una linea che sarà presto rilanciata anche dalla premier.
La premessa da cui parte il dossier è questa: «Il governo sostiene pienamente gli sforzi della Commissione europea» nella mediazione con Washington e «confida nella buona volontà di tutte le parti per arrivare a un accordo equo, con la consapevolezza che una guerra commerciale interna all’Occidente indebolirebbe tutti». È un passaggio che svela la prima, urgente necessità politica della premier: ricordare che la trattativa spetta a Bruxelles, in modo da non pagare in termini di consenso l’eventuale fallimento della mediazione. Soprattutto perché le verrebbe imputata un’eccessiva e infruttuosa vicinanza al tycoon. Ma il ragionamento più interessante è quello successivo. «Riteniamo assolutamente fuori luogo la nuova bordata di accuse che la sinistra sta lanciando contro il governo - si legge nel “verbo” del melonismo - In una situazione delicata, non dipendente dalla volontà o dal lavoro di un singolo Stato membro Ue, l’opposizione non ha perso occasione per scagliarsi contro Meloni», nonostante il lavoro della presidente del Consiglio per «favorire il dialogo» con Washington. Da qui, l’appello alle minoranze: «Sono questi i momenti in cui l’unità europea è più importante. E questa unità non può che partire da una coesione nazionale nei 27 Stati membri».
Ecco dunque il richiamo all’unità tra maggioranza e opposizione, rafforzato dal passaggio successivo, ancora più chiaro: «Non sono questi i dossier su cui fare campagna elettorale. Auspicavamo di vedere superate le divisioni politiche e di poter, quantomeno, rappresentare un’unica voce. E invece non è andata così, di nuovo». L’ultimo capitolo è invece ammissione impotente della difficoltà che affligge l’Europa: «Non possiamo prevedere l’esito di una trattativa di competenza Ue, ma almeno siamo certi di avere un presidente del Consiglio che sta lavorando alacremente per facilitare un dialogo franco e continuo tra Unione europea e Stati Uniti».
Il tema dei dazi è talmente allarmante da monopolizzare nel pomeriggio a Palazzo Chigi il vertice dei leader, ufficialmente convocato per ragionare di elezioni regionali. Di barriere doganali discute Meloni con Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. Il ministro degli Esteri è reduce da un viaggio negli Usa, dove ha incontrato il suo omologo Marco Rubio e il rappresentante per il commercio di Trump, Jamieson Greer.
Durante il viaggio, il titolare della Farnesina ha mostrato ai media Usa una cartina con le imprese italiane presenti in ogni singolo Stato americano. È un dettaglio che fornisce un indizio sulla speranza che coltiva Roma in queste ore: strappare uno “sconto” - adesso circola la soglia del 15% - sulle barriere doganali anche promettendo all’alleato di intensificare gli investimenti delle aziende europee sul suolo statunitense. L’altro terreno su cui trattare è l’atteggiamento da tenere nei confronti della Cina: per ammorbidire la linea, il tycoon potrebbe chiedere a Bruxelles di alzare un muro verso il Dragone. Un approccio che si scontra però con l’esigenza di diverse capitali – Berlino in testa – di mantenere un export solido verso Pechino. Su tutto, prevale la difficoltà di prevedere le mosse di Trump. Una realtà su cui anche Meloni, ormai, ammette di dovere fare i conti.