Si son visti col favor delle tenebre, mercoledì sera, in campo neutro. Non alla Camera e nemmeno al Nazareno, ma in un locale appartato nel centro di Roma. Un incontro a otto occhi, in realtà, non proprio un vis-à-vis. Per sciogliere il nodo che, a cascata, dovrebbe sbloccare le alleanze nelle cinque regioni chiamate al voto d’autunno. Dove, se anche la Campania andrà infine a dama, tutti i partiti all’opposizione del governo Meloni — a eccezione di Azione, ancora ballerina — correranno uniti con un unico candidato presidente. Un risultato niente affatto scontato.
Elly Schlein, scortata dal fido Igor Taruffi, da un lato del tavolo; dall’altro, il governatore Vincenzo De Luca insieme al figlio Piero, deputato della Repubblica per investitura paterna. Snodo cruciale dell’eterna sfida che il viceré di Salerno aveva lanciato contro la segretaria del Pd. Ma, al contrario di quanto avvenuto negli ultimi mesi, i toni sono stati tutt’altro che accesi: «Concilianti» li descrive uno degli espon…
Si son visti col favor delle tenebre, mercoledì sera, in campo neutro. Non alla Camera e nemmeno al Nazareno, ma in un locale appartato nel centro di Roma. Un incontro a otto occhi, in realtà, non proprio un vis-à-vis. Per sciogliere il nodo che, a cascata, dovrebbe sbloccare le alleanze nelle cinque regioni chiamate al voto d’autunno. Dove, se anche la Campania andrà infine a dama, tutti i partiti all’opposizione del governo Meloni — a eccezione di Azione, ancora ballerina — correranno uniti con un unico candidato presidente. Un risultato niente affatto scontato.
Elly Schlein, scortata dal fido Igor Taruffi, da un lato del tavolo; dall’altro, il governatore Vincenzo De Luca insieme al figlio Piero, deputato della Repubblica per investitura paterna. Snodo cruciale dell’eterna sfida che il viceré di Salerno aveva lanciato contro la segretaria del Pd. Ma, al contrario di quanto avvenuto negli ultimi mesi, i toni sono stati tutt’altro che accesi: «Concilianti» li descrive uno degli esponenti dem più vicini al dossier. Nessuna faccia feroce, bensì l’intenzione di svelare le carte per negoziare un esito che soddisfi entrambi i contendenti.
Partendo tuttavia da un punto, segnato a favore dalla leader bolognese: il governatore campano ha difatti giurato e spergiurato — una novità assoluta — che non farà storie né metterà veti tanto sul perimetro della coalizione, quanto sugli aspiranti alla sua successione. Tradotto significa: nessuna preclusione alla candidatura di Roberto Fico alla guida della Regione, a patto però di ottenere — ed è qui che la trattativa si è un po’ raffreddata — precise garanzie da spendere sia prima, sia dopo le urne che si apriranno tra ottobre e novembre.
Quattro le richieste avanzate da De Luca per accendere il disco verde all’ex presidente della Camera di rito grillino. Innanzitutto un incarico nazionale per il rampollo, che è già parlamentare ma ha perso i galloni del vicecapogruppo alla Camera e ora pretende un upgrade nel partito. La fine del commissariamento del Pd campano, che subito dopo l’estate dovrebbe incoronare un nome gradito al presidente uscente. La possibilità di includere in coalizione la sua lista civica, A testa alta, nella quale comunque De Luca senior non si candiderà. Tener conto dei risultati elettorali per inserire nella futura giunta un paio di fedelissimi, un uomo e una donna, in ossequio alla parità di genere tanto cara a Schlein: l’attuale vicepresidente Fulvio Bonavitacola e l’assessore Lucia Fortini. Il tutto condito dal riconoscimento, che in campagna elettorale andrà sbandierato ai quattro venti, del lavoro svolto nel decennio deluchiano, accompagnato dall’impegno a proseguirne il programma, in particolare nel settore della sanità, dell’ambiente e della gestione dei rifiuti.
La segretaria del Pd ha preso tempo. Ha detto che sì, se ne può discutere. Ma la partita non è ancora chiusa. «È un primo passo, l’inizio di un percorso», commentano laconici al Nazareno, pur professandosi «fiduciosi». Più ottimista Giuseppe Conte, attovagliato la settimana scorsa, ben prima di Schlein, con l’inquilino di Palazzo Santa Lucia. «Si va avanti», sorride il leader del M5s uscendo da Montecitorio. L’ex premier giallorosso ha già incassato le rassicurazioni che voleva, tanto non tocca a lui pagare pegno. Il conto è tutto in capo al Pd. E alla sua leader.