ROMA – FdI pensa che Beppe Sala debba fare «un passo indietro» non perché «indagato» nell’inchiesta sull’urbanistica a Milano, ma perché «non all’altezza», per l’«inadeguatezza evidente da tempo». E dunque ora «lasci spazio» a chi può far meglio. È la linea dettata ieri pomeriggio ai parlamentari di Fratelli d’Italia, attraverso una nota riservata elaborata dall’ufficio studi di via della Scrofa, emanazione diretta del sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari.
Il dossier, visionato da Repubblica, mette ordine all’interno del partito della premier Giorgia Meloni, dopo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri l’altro aveva criticato l’operato della magistratura, mentre il presidente del Senato (e big del partito in Lombardia) Ignazio La Russa chiedeva un cambio alla guida di Palazzo Marino. La stessa premier giovedì sera, intervistata dal Tg1, era sembrata cauta, circa le dimissioni. Limitandosi a una professione di garantismo, «non c’è automatismo con l’inc…
ROMA – FdI pensa che Beppe Sala debba fare «un passo indietro» non perché «indagato» nell’inchiesta sull’urbanistica a Milano, ma perché «non all’altezza», per l’«inadeguatezza evidente da tempo». E dunque ora «lasci spazio» a chi può far meglio. È la linea dettata ieri pomeriggio ai parlamentari di Fratelli d’Italia, attraverso una nota riservata elaborata dall’ufficio studi di via della Scrofa, emanazione diretta del sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari.
Il dossier, visionato da Repubblica, mette ordine all’interno del partito della premier Giorgia Meloni, dopo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri l’altro aveva criticato l’operato della magistratura, mentre il presidente del Senato (e big del partito in Lombardia) Ignazio La Russa chiedeva un cambio alla guida di Palazzo Marino. La stessa premier giovedì sera, intervistata dal Tg1, era sembrata cauta, circa le dimissioni. Limitandosi a una professione di garantismo, «non c’è automatismo con l’inchiesta». Ma quella sortita a favore di camera era quasi obbligata, ammettono fonti di maggioranza, visto che la stessa Meloni si ritrova indagata insieme ad altri tre esponenti di governo per l’affaire Almasri, ha la ministra del Turismo rinviata a giudizio per false comunicazioni sociali e soprattutto l’esecutivo annovera un sottosegretario, peraltro alla Giustizia, Andrea Delmastro, condannato in primo grado per aver diffuso notizie coperte dal segreto d’ufficio.
Dunque garantismo sì, ma con richiesta di dimissioni incorporata. Lo stesso La Russa ieri sembrava sterzare in questa direzione: «Io non chiedo le dimissioni per l’azione giudiziaria» ma «la giunta Sala dimostri di avere la maggioranza sull’urbanistica. Se non ce l’ha su una linea che per Milano è fondamentale, tragga le conseguenze». Perché «una maggioranza che non è tale su temi come l’urbanistica a Milano non ha motivo d’esistere», l’esternazione del presidente del Senato durante un evento a Palazzo Lombardia, in cui è tornato a parlare, con accenni critici, del rapporto tra politica e giustizia. «Noi abbiamo rispetto della magistratura, ma deve essere reciproco. Tangentopoli? All’epoca non vedemmo le storture». Quanto al Salva Milano, certifica che per FdI è una pratica iper archiviata: «È un Salva giunta Sala». Tutta FdI si allinea alla posizione. Dal capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, al partito milanese. L’unica che ieri batteva solo sul chiodo garantista era Daniela Santanchè: «La giunta milanese è molto lontana dalla mia visione, ma la magistratura non si sostituisca al corpo elettorale».
Pure la Lega si attesta su questo messaggio: dimissioni sì, ma non per le beghe giudiziarie. Dopo il capo dei dipartimenti, Armando Siri, ecco Matteo Salvini: «I milanesi tornino a votare, basta immobilità». Solo FI resta cauta, sulle dimissioni. Anche perché gli azzurri non vorrebbero aprire ora il dossier meneghino. La candidatura è ancora tutta da trovare. E ieri Salvini insisteva proprio su questo: «Dobbiamo trovare il candidato sindaco in fretta, entro l’autunno».
Il Carroccio vuole che si discuta di Milano anche nel vertice dei leader sulle regionali, riconvocato per lunedì a Palazzo Chigi. Meloni, Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi si rivedranno a pranzo, dopo il fiasco del summit di mercoledì. Come per le regionali, anche per Milano in maggioranza circolano idee diverse. E opposte. La Russa da tempo ha caldeggiato la candidatura di Lupi, sgraditissimo a FI. Gli azzurri, come la Lega, vorrebbero un civico. Chi dentro FdI non appartiene all’ala larussiana sostiene che anche Meloni sia dubbiosa, circa la carta Lupi. Santanchè qualche settimana fa in un tavolo di partito ha lanciato l’idea: «Se cerchiamo un civico forte, il nome migliore è un Berlusconi». Servirà comunque tempo. Anche se Sala si dimettesse davvero, il Comune di Milano, dicono a destra, sarebbe commissariato.