ROMA – «Non sono disponibile a candidarmi in Campania», ripete Matteo Piantedosi a chi lo chiama in queste ore. Lo ha ribadito senza tentennamenti, apprende Repubblica, anche nella domenica di vigilia del vertice dei leader di centrodestra sulle regionali. Salta dunque uno dei tentativi – l’ennesimo – di trovare un incastro per le candidature. Complicando così il lavoro di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi che oggi dovrebbero ritrovarsi a Palazzo Chigi.
Senza una soluzione in Veneto, d’altra parte, nessun altro tassello trova posto, neanche l’idea di schierare in Campania Edmondo Cirielli (il nome più accreditato, l’altro è Mara Carfagna). Lo scoglio è sempre lo stesso: chi indicare per la successione a Luca Zaia. Un rompicapo,…
ROMA – «Non sono disponibile a candidarmi in Campania», ripete Matteo Piantedosi a chi lo chiama in queste ore. Lo ha ribadito senza tentennamenti, apprende Repubblica, anche nella domenica di vigilia del vertice dei leader di centrodestra sulle regionali. Salta dunque uno dei tentativi – l’ennesimo – di trovare un incastro per le candidature. Complicando così il lavoro di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi che oggi dovrebbero ritrovarsi a Palazzo Chigi.
Senza una soluzione in Veneto, d’altra parte, nessun altro tassello trova posto, neanche l’idea di schierare in Campania Edmondo Cirielli (il nome più accreditato, l’altro è Mara Carfagna). Lo scoglio è sempre lo stesso: chi indicare per la successione a Luca Zaia. Un rompicapo, frutto del rapporto logorato e forse ormai irrecuperabile, tra il governatore uscente e Salvini. Un duello talmente ruvido da non far escludere l’opzione di cedere la regione a Meloni, per superare i veti reciproci.
Per comprendere i vantaggi di questo scenario, bisogna partire da una premessa: da settimane la premier ha fatto sapere agli alleati di essere pronta in linea di principio a sacrificare le ambizioni del suo partito in nome della stabilità della coalizione, a patto però che il Carroccio si impegni a concedere al partito con la fiamma la Lombardia. Con un annuncio pubblico. O quantomeno con un accordo informale, ma blindato (in realtà comunque scritto sulla sabbia, perché lì si vota nel 2028). Il problema è che Salvini non può permettersi neanche questo, per non scontentare i leghisti lombardi.
Allo stesso modo, la posizione di Zaia sembra inconciliabile con la linea del segretario nazionale. Il governatore sospetta che a far circolare voci sul suo possibile ingresso nel governo sia stato proprio il vicepremier, per “bruciarlo”. E infatti va in giro a dire, affinché tutti sappiano: «Rifletto sulle opportunità che mi offriranno, ma intanto posso restare fuori a fare il battitore libero…».
Suona minaccioso. Le richieste di Zaia, d’altronde, non sono facili da soddisfare: vorrebbe poter presentare una propria lista e schierare alla guida della regione un nome a lui vicino, ad esempio quello della sua attuale vice, Elisa De Berti. Il profilo più probabile, se dovesse invece sceglierlo Salvini, è quello del segretario regionale Alberto Stefani.
Di fronte allo stallo, Palazzo Chigi ha provato a convincere l’attuale governatore a costruire un futuro diverso, insieme. Tra le opzioni, la promessa di un ruolo istituzionale dopo le politiche (la presidenza della Camera, ad esempio, ma è uno scenario lontano e con troppe variabili). O, più pragmaticamente, la candidatura a sindaco di Venezia, accompagnata dalla possibilità di aggiungere alle liste del Carroccio alle regionali il suo nome, in modo da garantirsi una golden share sul prossimo consiglio regionale.
Ecco perché non si può ancora escludere che Meloni imponga un proprio candidato (Raffaele Speranzon, Luca De Carlo o un jolly civico). Il tempo stringe. E il centrosinistra, dietro la regia del senatore Andrea Martella, ha già costruito il campo largo anche in Veneto.