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Bignami: “Il sindaco deve lasciare ma non è un’altra Tangentopoli”

Bignami: “Il sindaco deve lasciare ma non è un’altra Tangentopoli”
Il capogruppo di FdI alla Camera: “Se sapeva, ne dovrà rispondere penalmente. Se non se n’era accorto, avrebbe un’enorme responsabilità politica e ne deve prendere atto”

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ROMA – «Dall’inchiesta milanese, col passare dei giorni, emerge l’esistenza di un sistema che operava da tempo», attacca Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. «Se Sala sapeva, ne dovrà rispondere penalmente. Se non se n’era accorto, avrebbe un’enorme responsabilità politica».

Da cosa desume l’esistenza di un “sistema” risalente nel tempo?

«La notizia anticipata da Repubblica secondo cui fra gli indagati c’è anche l’ex vicesindaca di Pisapia, Ada Lucia de Cesaris, che secondo gli inquirenti si sarebbe fatta “portatrice delle istanze (e rimostranze) della parte imprenditoriale legata al settore immobiliare”, aveva cioè voce in capitolo sulle pratiche attuali, dimostra la presenza di un modus operandi disinvolto e spregiudicato che poggia su una consuetudine, una continuità malsana, proseguita pure sotto l’assessore Maran».

È una nuova Tangentopoli?

«No, non credo, mi pare una vicenda tutta di rito ambrosiano: un sistema che poggiava su fallature, omissioni e guerre tra professionisti in ambito milanese».

Quindi la politica non c’entra?

«C’entra, anche se mi sembra tristemente collaterale e succube, incapace di opporsi a un sistema di affari che, se lecito o illecito, dovrà dirlo la procura. Quel che è certo è che lo sviluppo vorticoso della città ha reso Milano sempre più esclusiva: qualcuno l’ha definita un riccodromo. Ad opera di una giunta che a parole si dice sensibile alle esigenze sociali, all’emergenza abitativa e al verde, mentre di fatto ha costruito una metropoli a misura di portafogli gonfi».

Sala si deve dimettere?

«Sì. Non per l’avviso di garanzia, ma perché non si è dimostrato all’altezza di quel che Milano chiede, a partire dalla sicurezza e dalle risposte ai bisogni sociali. Dopodiché, se sapeva cosa stava succedendo sull’urbanistica è penalmente grave, se non lo sapeva è politicamente peggio».

A destra però ci sono visioni diverse. La Russa chiede al sindaco di lasciare, Meloni no.

«Io non vedo una distonia fra le due posizioni: l’avviso di garanzia a Sala, nella nostra richiesta di dimissioni, nulla toglie o aggiunge. Se pure venisse scagionato, ma verrà dimostrato che i suoi collaboratori hanno tenuto condotte illecite, comunque ci sarebbe una culpa in vigilando, un’assenza del sindaco su progetti rilevanti per Milano. In questo senso ha ragione La Russa: una giunta che non ha la maggioranza su una materia come l’urbanistica, la questione se restare o lasciare se la deve porre».

Il centrodestra sarebbe pronto ad andare a elezioni anticipate?

«A essere pronta è Milano, che sta prendendo sempre più contezza dell’incapacità del centrosinistra di affrontare i problemi della città. È evidente che le responsabilità non sono solo di Sala, ma soprattutto del Pd. Sono convinto che i tempi per tornare a un’amministrazione di centrodestra siano maturi. Bisogna rimettere in carreggiata la macchina e non sarà semplice: quando hai un apparato abituato a ragionare in un certo modo, il problema è culturale. La scelta di nominare assessore il dirigente all’urbanistica è la prova plastica dell’abdicazione della politica».

Il sindaco tocca a Fratelli d’Italia?

«Tocca al centrodestra. Non ragioniamo così sul Veneto né sugli altri territori, figuriamoci se lo facciamo su Milano, che è la capitale economico-finanziaria del Paese. Dovrà essere però un nome all’altezza della sfida, che abbia soprattutto voglia di prendere la cloche di un areo che sta affrontando turbolenze gravi».

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