ROMA – Nell’ora più buia, quella in cui la destra compirà il passo decisivo per tradurre in realtà il sogno di Silvio Berlusconi — indebolire la magistratura per assoggettarla, in prospettiva, all’esecutivo — toccherà a Dario Franceschini prendere la parola a palazzo Madama. Restio a concedersi se non in casi d’emergenza, sarà lui a sferrare in aula l’attacco più duro contro la riforma Nordio che, usando a pretesto la separazione delle carriere, mira a demolire uno degli architravi del nostro sistema democratico.
Lui, l’ex segretario del Pd, a denunciare il disegno eversivo del governo e della sua leader: «Questo è un nuovo Papeete», si legge fra gli appunti che il senatore sta stendendo in queste ore, «Giorgia Meloni vuol prendersi i pieni poteri, ma noi non glielo …
ROMA – Nell’ora più buia, quella in cui la destra compirà il passo decisivo per tradurre in realtà il sogno di Silvio Berlusconi — indebolire la magistratura per assoggettarla, in prospettiva, all’esecutivo — toccherà a Dario Franceschini prendere la parola a palazzo Madama. Restio a concedersi se non in casi d’emergenza, sarà lui a sferrare in aula l’attacco più duro contro la riforma Nordio che, usando a pretesto la separazione delle carriere, mira a demolire uno degli architravi del nostro sistema democratico.
Lui, l’ex segretario del Pd, a denunciare il disegno eversivo del governo e della sua leader: «Questo è un nuovo Papeete», si legge fra gli appunti che il senatore sta stendendo in queste ore, «Giorgia Meloni vuol prendersi i pieni poteri, ma noi non glielo consentiremo, ci opporremo con tutte le nostre forze allo scempio della Costituzione».
È l’urlo che darà ufficialmente il via alla battaglia referendaria in programma nei primi mesi del ‘26, dopo gli ultimi due passaggi parlamentari previsti entro fine anno. Uno snodo cruciale per la legislatura: se la premier dovesse perdere il referendum, come già accadde a Renzi, nessuno è pronto a scommettere che proseguirà fino a scadenza naturale. A quel punto le elezioni anticipate sarebbero più di un’opzione. Buona ad aprire un’altra partita.
Ed è proprio su questo scenario che s’innesta l’altro, più interno. A cui il medesimo Franceschini lavora da tempo. Con il solito metodo: riservatezza assoluta e molte interlocuzioni, dentro e fuori l’officina meccanica rilevata sotto la sua casa romana, trasformata nel laboratorio del nuovo centro riformista. È lì che ha ricevuto, fra gli ultimi, Goffredo Bettini, un altro grande vecchio del Pd tenuto ai margini da Elly Schlein ma ossessionato dall’idea di costruire una gamba moderata che aiuti il centrosinistra a vincere le politiche.
Ormai rassegnato all’evidenza che il partito nato dall’incontro tra Ds e Margherita non basti a reggere l’onda d’urto dei Fratelli capitanati da Meloni, l’ex ministro della Cultura sta curando la regia dell’operazione. Sondaggi alla mano, la formazione della presidente del Consiglio non accenna a sgonfiarsi, viaggia intorno al 30%, a 7-8 punti fissi dalla principale forza d’opposizione che, sebbene in risalita grazie alla cura Schlein, sembra aver raggiunto la sua massima capacità espansiva. Ecco perché serve qualcosa che compensi. Ora che l’asse Pd-M5s-Avs pare consolidato, schiacciando tuttavia a sinistra il baricentro della coalizione, c’è bisogno di un rassemblement centrista in grado di bilanciare le istanze più radicali. E di intercettare i voti di chi, pur simpatizzando per gli avversari, non vuol morire sovranista. Ma attenzione: non in competizione con il Nazareno, come fece Renzi quando fondò Iv, bensì affiancato ai dem per irrobustire il consenso dell’intero schieramento.
Ieri Franceschini lo ha detto chiaro, per stoppare la ridda di retroscena che lo vorrebbero in allontanamento dal partito che ha contribuito a fondare: «Io penso che per vincere sarebbe utile nascesse una forza moderata del centrosinistra che unisca e rafforzi un’area troppo frammentata», ha scritto su X. «Tutto qui, perché è evidente che la mia la casa è e resterà il Pd guidato da Elly Schlein». Il timore è che i tanti cantieri aperti nell’area cattolica e liberale finiscano per entrare in conflitto, anziché federarsi. Dal “Più uno” di Ernesto Ruffini al movimento pacifista di Marco Traquinio e Paolo Ciani, fino ai civici dell’assessore romano Alessandro Onorato che domani nelle Marche riunirà oltre 200 sindaci, fra cui la genovese Silvia Salis e il veronese Damiano Tommasi, sono in tanti a contendersi uno spazio politico che c’è, ma va governato. E integrato con le forze che già sono in campo: Iv, Azione, i liberal di Marattin. Metterli insieme è roba da professionisti. E Franceschini lo è.