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Saccone: “Io a Cinecittà? Mi ha scelto la Lega, una sorpresa anche per me”

Antonio Saccone

 

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Il nuovo presidente: “Salvini ha stretto un accordo con l’Udc di cui faccio parte. Non ho grande esperienza nel settore ma so fare il manager”
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Antonio Saccone, da oggi è il nuovo presidente di Cinecittà. Come ci è arrivato?

«Mi è stato proposto dal giorno alla notte. Il sottosegretario Claudio Durigon, di cui sono amico, mi ha chiesto la disponibilità, io ho l’ho data e le forze della maggioranza si sono accordate sul mio nome».

Quindi lei è in quota Lega?

«La proposta nasce certamente dalla Lega con i buoni uffici del ministro dell’Economia, condivisa con il ministro della Cultura che ha dato il suo placet».

Lei però è un ex senatore dell’Udc, cosa c’entra con Salvini?

«Alle ultime Europee Salvini, che ringrazio per la fiducia, ha dato spazio nelle sue liste ad alcuni esponenti dell’Udc. Da allora i due partiti hanno stretto un proficuo rapporto di collaborazione. Poi immagino che abbiano visionato il mio curriculum e l’abbiano ritenuto compatibile con questo incarico, che ha colto di sorpresa anche me».

Chi l’ha preceduta era presidente dei produttori dell’audiovisivo, lei che esperienze ha in questo campo?

«Sono c…

Antonio Saccone, da oggi è il nuovo presidente di Cinecittà. Come ci è arrivato?

«Mi è stato proposto dal giorno alla notte. Il sottosegretario Claudio Durigon, di cui sono amico, mi ha chiesto la disponibilità, io ho l’ho data e le forze della maggioranza si sono accordate sul mio nome».

Quindi lei è in quota Lega?

«La proposta nasce certamente dalla Lega con i buoni uffici del ministro dell’Economia, condivisa con il ministro della Cultura che ha dato il suo placet».

Lei però è un ex senatore dell’Udc, cosa c’entra con Salvini?

«Alle ultime Europee Salvini, che ringrazio per la fiducia, ha dato spazio nelle sue liste ad alcuni esponenti dell’Udc. Da allora i due partiti hanno stretto un proficuo rapporto di collaborazione. Poi immagino che abbiano visionato il mio curriculum e l’abbiano ritenuto compatibile con questo incarico, che ha colto di sorpresa anche me».

Chi l’ha preceduta era presidente dei produttori dell’audiovisivo, lei che esperienze ha in questo campo?

«Sono consigliere delegato di una scuola superiore di mediazione linguistica da due anni. E prima, a parte i cinque anni da senatore, ho diretto le relazioni esterne e istituzionali in diverse società».

Niente però nel settore cinema.

«Prima ancora sono stato per tre anni in Zetema, l’azienda del Comune di Roma che gestisce eventi culturali nella capitale. Ma nel mio curriculum c’è anche la collaborazione con il corrispondente in Italia del Time magazine, Greg Burke, che poi è diventato portavoce di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E il lavoro in Rai per Misteri e Sfide: curavo produzione e post produzione. L’ho fatto per tre anni. Poi venni eletto presidente di municipio e ho smesso. Per scelta, quando ho avuto incarichi istituzionali, non ho mai svolto nessun’altra attività».

Ma che attinenza ha tutto questo con la guida di Cinecittà?

«Il presidente deve essere innanzitutto un buon manager, e io credo di esserlo, avere capacità di relazione e la consapevolezza di ciò che significa gestire un’azienda pubblica. Doti che credo di aver maturato sul campo. Certo, se mi chiede se sono un allievo di Rondi le dico di no. Ma se si è troppo competenti, se nella vita non si è fatto altro che cinema, si rischia di cadere nel conflitto d’interesse».

L’ad Cacciamani aveva una società di produzione, è in conflitto d’interessi?

«Ha ceduto tutte le quote della sua società quando è stata nominata. A livello etico e di opportunità si è liberata da ogni eventuale conflitto».

Il ministro Giuli dice che prima della destra, a Cinecittà c’era l’Unione sovietica: è preparato a espugnare il Palazzo d’inverno?

«Le rispondo con un aneddoto raccontato da Andreotti. Durante il primo governo De Gasperi, uno zelante funzionario di Palazzo Chigi portò al presidente del Consiglio un elenco di gente di cinema che ricevevano lauti sussidi dallo Stato e gli fece notare che non c’era nessun democristiano. De Gasperi intimò al funzionario di riporre subito quell’elenco nell’archivio perché, disse, non si fa il bene di un partito a scapito di un altro partito e se l’elenco fosse uscito si sarebbe danneggiata la cultura italiana nel mondo».

Qual è la morale?

«La cultura non può diventare un campo di battaglia fra forze politiche, è patrimonio di tutto il Paese. Lo ha ribadito più volte anche la presidente Meloni. È con questo spirito che bisogna gestire il cinema e Cinecittà».

Attori e registi hanno avuto uno scontro durissimo con Giuli. Lei da che parte sta?

«Non entro nel merito. Per me la cultura è confronto, dialogo, al limite battaglia di idee. Quello su cui però credo siamo tutti d’accordo è che i furbetti del tax credit debbano essere tagliati fuori. Il cinema è un settore strategico, cuba 4 miliardi di fatturato l’anno con circa duemila imprese. Persone in carne e ossa che producono cultura. Io mi ritrovo nelle parole di Mattarella: “Il cinema è un organo vitale della nostra società e fa maturare una coscienza civica”. A differenza di altre industrie, non produce solo numeri. Forma l’identità e la coscienza civile degli italiani».

Il bilancio di Cinecittà ha chiuso con 11,6 milioni di perdite, l’ad accusa il predecessore, nominato dal centrosinistra. Concorda?

«Mi sono appena insediato, non ho ancora visto le carte, appena le avrò farò le mie valutazioni».

Qual è l’ultimo film che ha visto al cinema?

«C’è ancora domani. E poi Il nibbio».

Niente di più recente?

«Ho due bimbi piccoli, i film li vediamo a casa, sulle piattaforme. Al cinema andiamo con i figli. Ma ieri sera in streaming ho guardato Divorzio all’italiana di Pietro Germi, che è il capostipite della commedia all’italiana».

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