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Kepel: “L’Eliseo rafforza la soluzione dei due Stati, ma l’Anp ora è debole”

(afp)

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Intervista allo studioso francese del mondo arabo: “La decisione di Macron sul piano concreto resta un gesto simbolico, a meno che non si produca un movimento reciproco, con Paesi come Arabia Saudita, Qatar o Kuwait a riconoscere Israele”
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PARIGI – La decisione della Francia è la risposta a una situazione a Gaza diventata politicamente e moralmente insostenibile» spiega Gilles Kepel, tra i più importanti studiosi occidentali del mondo arabo. «Ma sul piano concreto resta essenzialmente un gesto simbolico, a meno che non si produca un movimento reciproco di riconoscimento dello Stato di Israele da parte di alcuni paesi arabi» aggiunge Kepel, autore di molti saggi tra cui l’ultimo, Olocausti, pubblicato da Feltrinelli.

Perché Emmanuel Macron ha deciso di riconoscere ora lo Stato di Palestina?

«Bisogna ricordare il contesto. Francia e Arabia Saudita avrebbero dovuto promuovere a giugno questa iniziativa all’Onu, ma la riunione è stata annullat…

PARIGI – La decisione della Francia è la risposta a una situazione a Gaza diventata politicamente e moralmente insostenibile» spiega Gilles Kepel, tra i più importanti studiosi occidentali del mondo arabo. «Ma sul piano concreto resta essenzialmente un gesto simbolico, a meno che non si produca un movimento reciproco di riconoscimento dello Stato di Israele da parte di alcuni paesi arabi» aggiunge Kepel, autore di molti saggi tra cui l’ultimo, Olocausti, pubblicato da Feltrinelli.

Perché Emmanuel Macron ha deciso di riconoscere ora lo Stato di Palestina?

«Bisogna ricordare il contesto. Francia e Arabia Saudita avrebbero dovuto promuovere a giugno questa iniziativa all’Onu, ma la riunione è stata annullata a causa della guerra tra Israele e Iran. La decisione di Macron rappresenta quindi la ripresa di un processo interrotto. Ma soprattutto arriva in un momento di svolta nell’opinione pubblica francese ed europea che dopo il trauma del 7 ottobre era stata inizialmente solidale con Israele. L’orrore della situazione a Gaza, le immagini di bambini scheletrici e affamati, hanno radicalmente cambiato la percezione. Netanyahu porta avanti una politica sempre più isolata. Non ascolta più neanche i suoi alleati occidentali».

Il riconoscimento francese non rischia di essere percepito come una vittoria per Hamas?

«È quello che sostengono alcuni israeliani e i loro sostenitori. Ma questa decisione della Francia è una risposta a una situazione diventata politicamente e moralmente insostenibile. Ed è anche un’iniziativa che arriva in un vuoto diplomatico: Donald Trump non riesce più a esercitare pressioni su Netanyahu, come si credeva possibile sei mesi fa».

Quali effetti concreti può avere questa decisione di Macron?

«C’è innanzitutto un effetto comunicativo, un modo per esprimere la riprovazione morale per quanto sta succedendo nella Striscia. Si tratta anche di contrastare l’espansione dei coloni, la loro volontà di annettere Gaza e la Cisgiordania. Ma sul piano concreto resta essenzialmente un gesto simbolico, a meno che non si produca un movimento reciproco, ovvero che paesi come Arabia Saudita, Qatar o Kuwait riconoscano a loro volta lo Stato di Israele. Sarebbe una contropartita diplomatica di grande peso. Netanyahu potrebbe rifiutare, perché quel riconoscimento sarebbe subordinato alla creazione di uno Stato palestinese, che lui respinge categoricamente».

In Europa le reazioni sono prudenti. Nessuno sembra voler seguire la Francia.

«Oltre a Irlanda, Norvegia, Spagna e Slovenia, che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese, Macron spera di spingere altri Paesi europei in questo senso. E soprattutto può contare sul sostegno esplicito di diversi Paesi del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait, Qatar. Il ministro degli Esteri saudita era a Parigi di recente. È in preparazione una strategia diplomatica con Riad in vista dell’assemblea generale dell’Onu a settembre».

Il ministro Tajani sostiene che il riconoscimento dello Stato palestinese dovrebbe essere vincolato a un riconoscimento reciproco dello Stato di Israele.

«La risposta di Tajani è abile, ma serve a prendere tempo. Comunque Macron non si è limitato al riconoscimento dello Stato palestinese nella lettera inviata a Mahmoud Abbas. Ha tracciato una sorta di roadmap diplomatica che comprende anche questo passo simbolico».

Macron si rivolge all’Autorità palestinese, ma quali garanzie offre la leadership di Abbas?

«È qui che risiede la fragilità della scommessa francese: Abbas è estremamente indebolito e non rappresenta una figura democratica credibile. Ha svuotato l’Autorità palestinese della sua sostanza e legittimità».

L’inviato speciale americano Steve Witkoff era in Sardegna per negoziati riservati sul Medio Oriente. Quale ruolo gioca l’Italia in questo scacchiere?

«L’Italia non era ufficialmente coinvolta negli incontri di Witkoff, ma già in passato è servita come piattaforma diplomatica discreta. È all’ambasciata dell’Oman a Roma che si erano incontrati rappresentanti americani e iraniani prima della guerra di giugno con Israele. L’Italia conduce una propria diplomazia nel Mediterraneo e svolge un ruolo autonomo nella crisi diplomatica tra la Francia e l’Algeria, legata al riconoscimento da parte di Parigi della sovranità marocchina sul Sahara occidentale e alla condanna dello scrittore franco-algerino Boualem Sansal. Finché la Francia e l’Italia non parleranno con una sola voce, sarà difficile che l’Europa esprima una posizione coerente. Eppure solo l’Ue può fare pressione sui protagonisti del conflitto in Medio Oriente visto che fornisce la maggior parte degli aiuti umanitari ai palestinesi ed è il primo partner commerciale di Israele».

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