Da intenditore, Raffaele Boscaini vede un bicchiere mezzo pieno. «Dopo uno stillicidio durato mesi, finalmente questo accordo porta una certa stabilità, sebbene manchino ancora molti dettagli che potrebbero fare la differenza — spiega il presidente degli industriali veneti e imprenditore del vino con Masi Agricola — Per le aziende è fondamentale poter pianificare e organizzarsi con dei dati alla mano».
Anche se quel dato è una tassa del 15% da versare alla dogane americane?
«Certo, è sempre un dazio che prima non c’era. Però io credo che con i dovuti distinguo per i diversi settori e le diverse imprese, possa essere gestibile».
Parla anche del suo amarone?
«Parlo di tutte le produzioni in cui il made in Italy è un vero valore aggiunto, riconoscibile per i consumatori americani e più difficilmente sostituibile. Lo è gran parte dell’agroalimentare, ma anche buona parte della meccanica. Queste imprese potranno assorbire l’extra sacrificando in parte i loro margini e scaricando…
Da intenditore, Raffaele Boscaini vede un bicchiere mezzo pieno. «Dopo uno stillicidio durato mesi, finalmente questo accordo porta una certa stabilità, sebbene manchino ancora molti dettagli che potrebbero fare la differenza — spiega il presidente degli industriali veneti e imprenditore del vino con Masi Agricola — Per le aziende è fondamentale poter pianificare e organizzarsi con dei dati alla mano».
Anche se quel dato è una tassa del 15% da versare alla dogane americane?
«Certo, è sempre un dazio che prima non c’era. Però io credo che con i dovuti distinguo per i diversi settori e le diverse imprese, possa essere gestibile».
Parla anche del suo amarone?
«Parlo di tutte le produzioni in cui il made in Italy è un vero valore aggiunto, riconoscibile per i consumatori americani e più difficilmente sostituibile. Lo è gran parte dell’agroalimentare, ma anche buona parte della meccanica. Queste imprese potranno assorbire l’extra sacrificando in parte i loro margini e scaricandone una parte sui clienti americani».
Molte delle imprese italiane però sono piccole aziende con margini bassi. Loro come faranno?
«Per chi ha prodotti a basso valore aggiunto, più sostituibili magari dalle aziende orientali, l’impatto è più preoccupante. Ma ricordiamoci che gli Stati Uniti non sono il mercato, sono un mercato: tutti dovranno ribilanciare la loro esposizione».
Ma l’incertezza è davvero finita o c’è il rischio che tardi o presto, per qualunque motivo, Trump si rimangi tutto e riparta l’escalation?
«È un bell’interrogativo, il personaggio ha mostrato di avere ben poco equilibrio. Penso però che anche lui capisca che tirare troppo la corta sarebbe un problema per gli Stati Uniti e la loro economia. Senza i prodotti europei perderebbero anche una parte del loro business».
Specifici settori, per esempio la farmaceutica, potrebbero comunque essere colpiti con tariffe superiori in un secondo momento.
«Se fosse così sarebbe un guaio per l’Italia: le grandi multinazionali potrebbero decidere di spostare parte della produzione negli Stati Uniti».
È proprio ciò che vuole Trump. C’è un modo per evitarlo?
«Sempre lo stesso, che vale non solo per la farmaceutica ma per tutte le imprese: l’Europa deve ridurre i propri dazi interni, fiscalità, burocrazia, costo dell’energia. Deve essere più attraente per gli investimenti».
Negoziando con più aggressività l’Unione poteva ottenere un accordo migliore?
«Secondo me nel complesso ha giocato bene. Tutti i Paesi hanno capito la necessità di avere una risposta unica e non si sono messi a trattare singolarmente. Di questi tempi è già un bel passo, che ha disinnescato il divide et impera di Trump».
Le ritorsioni però sono rimaste nel cassetto.
«Sul fatto di essere più duri... abbiamo comunque scongiurato una guerra commerciale e non mi pare poco. Le guerre si sa quando cominciano, ma non quando finiscono. E ci perdono tutti».
Resta il fatto che ci troviamo a mandare giù un accordo del tutto asimmetrico, che manda al macero ogni principio di libero scambio. Non è una sconfitta per noi e per l’Europa?
«Idealmente mi viene da dire che lo è. Siamo stati costretti a trattare su una cosa per cui non si sarebbe neppure dovuto trattare, accettando che un leader con il pugno di ferro rovesciasse il tavolo e imponesse regole nuove. Ma questo è il mondo».