TREVISO – «Zaia dopo Zaia». La scritta rossa, sul cavalcavia della Pedemontana prima di Montebelluna, non è solo il monito degli irriducibili della Lega veneta. È la sintesi del caos che nel motore economico del Nordest paralizza il centrodestra a poche settimane dalle regionali d’autunno. «In Veneto si chiude un’era e non sappiamo chi sarà il candidato presidente – dice Paolo Sartor, assicuratore nel distretto delle calzature – né la data del voto. Nell’incertezza, mentre i leader si spartiscono le regioni a Roma, il solo fatto chiaro è che Zaia qui continuerà a comandare: un terzo mandato di fatto, dopo che Salvini non ha mosso un dito per garantirglielo».
Altro che inviti alla calma e ironie sul nervosismo d’agosto: nella base leghista, eloquente un qualsias…
TREVISO – «Zaia dopo Zaia». La scritta rossa, sul cavalcavia della Pedemontana prima di Montebelluna, non è solo il monito degli irriducibili della Lega veneta. È la sintesi del caos che nel motore economico del Nordest paralizza il centrodestra a poche settimane dalle regionali d’autunno. «In Veneto si chiude un’era e non sappiamo chi sarà il candidato presidente – dice Paolo Sartor, assicuratore nel distretto delle calzature – né la data del voto. Nell’incertezza, mentre i leader si spartiscono le regioni a Roma, il solo fatto chiaro è che Zaia qui continuerà a comandare: un terzo mandato di fatto, dopo che Salvini non ha mosso un dito per garantirglielo».
Altro che inviti alla calma e ironie sul nervosismo d’agosto: nella base leghista, eloquente un qualsiasi zapping tra le tivù locali, monta la sconcerto. In subbuglio gli stessi fedelissimi, divisi tra la rabbia per il forzato congedo del Doge e la paura di essere spazzati via dal patto tra FdI e Forza Italia, «alleati per porre un macigno anche sui sogni autonomisti». «Salvini – dice Silvia Zonta, bancaria di Bassano del Grappa – non può difendersi dalla vendetta di Zaia. Senza di lui capolista, incasserà l’ultima batosta. Con lui re delle preferenze alla guida di una lista propria, perderà la Regione anche se dovesse strappare il candidato presidente: che a quel punto sarà un’anatra zoppa sotto tutela». Un pasticcio senza precedenti, nel Veneto bianco mai indeciso sul proprio conservatorismo politico. «Invece oggi – dice Giampaolo Gobbo, tra i fondatori del leghismo regionale – il quadro è incomprensibile. Non so se la lista Zaia fuori dalla Lega otterrebbe il 40-45%, come suggeriscono i sondaggi, ma so che allargherebbe il consenso del centrodestra in modo decisivo. È una questione identitaria: Salvini, per scongiurare travasi interni fatali, ha promesso a Meloni e a Tajani di stopparla: resta da valutare se Alberto Stefani, candidato dal segretario, sarà poi capace di comporre una squadra per governare. Un pro-governatore come Luca potrebbe servire».
Il cortocircuito che inceppa un centrodestra sfibrato, nella terra-record del 76% di cinque anni fa, nasce da una successione non preparata. «L’economia – dice l’imprenditore padovano Enrico Carraro – ha bisogno di stabilità e di una politica forte. Zaia non ha allevato un erede: l’assenza di esperienza e leadership angoscia le aziende. Inizia agosto, si vota in novembre, tutto è fermo: non si costruisce un leader in poche settimane». Dubbi che esplodono anche nella base del Carroccio. «Se siamo nel caos – dice Adriano Fraccaro, titolare di un’impresa di pulizie a Castelfranco – è perché il fattore-Zaia sconvolge la distribuzione di assessorati e seggi nel prossimo consiglio regionale. I partiti misurano i rapporti di forza nei collegi uninominali delle politiche 2027. Senza Zaia, Salvini rischia di finire dietro Tajani perfino in Veneto: per la Lega sarebbe la caduta del Muro di Berlino».
Per lasciare la Regione alla Lega la premier, che qui parte dal triplo dei voti, pretende vicepresidenza, sanità, economia, infrastrutture e il prossimo sindaco di Venezia. Il poco che resta si profilerebbe spartito tra Lista Zaia e Forza Italia. «Così Salvini – dice Toni Da Re, anima del leghismo trevigiano, espulso per aver dato del cretino al segretario – blocca la campagna elettorale. Alle Europee, per salvare la pelle, si è consegnato a Vannacci: ora per resistere ha bisogno di Zaia, che pure ha tradito. Il progetto è piazzare il suo delfino, Alberto Stefani, per tenere il Veneto nelle proprie mani. Ma Zaia non ha alcuna intenzione di fare la fine di Vannacci».
A premere per sciogliere il nodo, non solo gli oppositori interni. Mario Conte, sindaco di Treviso pure in corsa per Palazzo Balbi, descrive l’impasse con poche parole: «Un gran casino, ci giochiamo la sopravvivenza». Contro Salvini anche Roberto Marcato, auto-candidato presidente ignorato. «Parli – dice – e nel partito nessuno risponde. Una lista Zaia allargherebbe consenso e affluenza: ma svuoterebbe sia noi che gli alleati. Non si capisce che per il futuro della Lega è l’ultima chiamata». Inquietudine oggi comune in tutto il Nord produttivo. «Agli imprenditori – dice Raffaele Boscaini, presidente regionale di Confindustria – serve una leadership all’altezza della complessità di una svolta storica: una regia regionale che metta al centro transizione digitale e green, l’accesso a competenze tecnologiche e finanziarie, la capacità di attrarre talenti e investimenti. Una figura che catalizzi le energie del territorio, che conosca i meccanismi dell’economia reale: dotata del coraggio di rompere le routine consolidate quando non funzionano». Sottinteso: no a un debuttante in mani altrui, che siano quelle del predecessore, del proprio leader, o degli azionisti di maggioranza con base Roma. «Il Veneto – dice Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio regionale – non può essere ridotto a merce di scambio in sala d’attesa.
L’indecisione qui costa: tocca al candidato governatore del centrodestra dire se accetta o no il sostegno di una lista Zaia. Salvini ha scelto Stefani? Bene, allora Stefani dica cosa ne pensa». Gli zaiani rispondono così alla bocciatura scaramantica del presidente del Senato La Russa. Abbassano i toni e citano il Doge: «Riscaldamento a bordo campo». Si indignano però contro chi, specie a destra, accusa il capo di «non saper uscire di scena con eleganza». Avvertono: «Non sarà una crociata, presto Luca dirà la sua». Il subìto commiato del “paròn”, esiliato a Roma, per il Veneto non sarà indolore.