Un fallimento politico, un disastro economico, una persistente violazione dei diritti umani e un prevedibile caos nei tribunali, con altri costi impossibili allo stato da quantificare. Ecco lo stato dell’arte dell’operazione Albania, di fatto bocciata dalla sentenza della Corte di giustizia europea.
Lo dicono i numeri, i dati, i fatti che raccontano due fasi dello stesso progetto, entrambe disastrose.
I numeri del fallimento
Fase uno: tre tentativi di trasferimento, 73 persone per alcuni giorni rimaste prigioniere in un centro in cui il governo progettava di rinchiuderne tremila al mese e in cui mai avrebbero dovuto stare. Per di più, a costi esorbitanti: per il 2024, almeno 114mila euro al giorno, hanno calcolato Action Aid e Università di Bari. Per il 2025, probabilmente anche di più se è vero che non solo è stato tentato l’ennesimo (e più consistente) trasferimento, ma si è dato il via alla seconda fase, trasformando per decreto i due centri albanesi in cpr. Anche qui con magri ri…
Un fallimento politico, un disastro economico, una persistente violazione dei diritti umani e un prevedibile caos nei tribunali, con altri costi impossibili allo stato da quantificare. Ecco lo stato dell’arte dell’operazione Albania, di fatto bocciata dalla sentenza della Corte di giustizia europea.
Lo dicono i numeri, i dati, i fatti che raccontano due fasi dello stesso progetto, entrambe disastrose.
I numeri del fallimento
Fase uno: tre tentativi di trasferimento, 73 persone per alcuni giorni rimaste prigioniere in un centro in cui il governo progettava di rinchiuderne tremila al mese e in cui mai avrebbero dovuto stare. Per di più, a costi esorbitanti: per il 2024, almeno 114mila euro al giorno, hanno calcolato Action Aid e Università di Bari. Per il 2025, probabilmente anche di più se è vero che non solo è stato tentato l’ennesimo (e più consistente) trasferimento, ma si è dato il via alla seconda fase, trasformando per decreto i due centri albanesi in cpr. Anche qui con magri risultati:140 persone trasferite, 27 ancora dentro, 113 uscite, ma poco più di trenta per rimpatrio, gli altri sono tutti tornati in Italia.
La politica della deterrenza evocata dal governo per giustificare l’operazione? Gli arrivi sono aumentati dai 33.780 dell’anno scorso ai 36.600 di quest’anno.
Disastro economico tutto da quantificare
Ma il fallimento politico dell’operazione Albania - certificato dalla sentenza con cui la Cgue accoglie tutte le obiezioni nel tempo sollevate da associazioni, legali, giudici e giuristi specializzati in materia - rischia di trasformarsi anche in un disastro economico e in un ulteriore caos nei tribunali, che a breve potrebbero essere seppelliti da ricorsi e richieste di risarcimento.
Dal punto di vista economico, ai costi esorbitanti di costruzione, quelli ancora sconosciuti delle navi militari usate per le operazioni di selezione in mare e i trasferimenti a Shengjin e poi in Italia, si aggiungono adesso quelli di gestione e detenzione di persone che lì non avrebbero mai dovuto starci. Lo avevano messo nero su bianco già le prime sentenze, sia quelle che pur rivendicando l’autonomia dei giudici nella definizione di Paese sicuro hanno rinviato alla Cgue per chiarimenti al riguardo, sia quelle che de plano hanno disapplicato il decreto.
L’ostinazione del governo
Il governo ha continuato come se nulla fosse, con risultati assai magri: 73 persone, tutte riportate in Italia dopo alcuni giorni. L’ultimo trasferimento, il più numeroso, con 49 persone a bordo del pattugliatore Cassiopea, è stato persino deciso dopo che la palla è passata all’Europa. In mezzo, la decisione di stravolgere la procedura, affidando la decisione sui trattenimenti alle già sature Corti d’appello. Ma cambiare giudici, non ha cambiato l’esito: tutti i richiedenti asilo trattenuti sono stati riportati in Italia. E con tutte le ragioni, affermano oggi i magistrati europei, che almeno fino al giugno 2026, quando entrerà in vigore uno dei tre nuovi regolamenti approvati insieme al Patto Asilo e Immigrazione, chiudono le porte dei centri albanesi non solo a chi venga intercettato in mare, ma potenzialmente anche a chi provenga da altri cpr.
Fallisce anche la fase due
È la cosiddetta fase due, inaugurata dal decreto con cui il governo Meloni ha trasformato Gjader in un Centro per rimpatri, autorizzando il trasferimento di chi già fosse trattenuto. Un disperato tentativo di giustificare economicamente l’investimento mostre di 680milioni di euro in cinque anni messo a bilancio. Anche qui – ha denunciato un dettagliato rapporto del Tavolo asilo e immigrazione – a costo di forzature giuridiche e violazioni di diritti fondamentali. E – dicono i numeri – risultati magri.
Nel centro albanese sono transitate 140 persone. Di queste ne sono uscite 113: a 40 di loro non è stato prorogato il trattenimento, in 15 hanno ricevuto una inidoneità sanitaria, a sette è stata riconosciuta la protezione internazionale e 37 sono stati rimpatriati. Ma alla luce della nuova, più precisa e decisamente meno deterministica definizione di Paese sicuro, il rimpatrio potrebbe essere ancora più complesso. E questo significa: potenziali ricorsi di chi è stato mandato via, nuovi riferimenti per i procedimenti in corso e una “platea” di “trasferibili” assai più ristretta. Per varie motivazioni.
Probabile pioggia di ricorsi
Primo, se è vero che un governo dell’Ue può immaginare procedure accelerate di frontiera – chiarisce molto bene la sentenza - questo non può avvenire per chi provenga da un Paese che "non offra una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione". Traduzione: tutti o quasi quelli presenti nella lista messa a punto dal governo. Seconda questione: senza procedura accelerata di frontiera, l’attuale legge non prevede il trattenimento durante l’iter di esame della domanda di protezione internazionale: né in Italia, né nei centri in Albania. Terzo. La nuova definizione di “Paese sicuro”, si legge nella sentenza, “vincola tutti i pronunciamenti di altri giudici nazionali”.
Risultato, tutti i procedimenti in corso - dagli esami ai dinieghi, dalle reiterate alla plausibile valanga di ricorsi - dovranno essere definiti tenendo conto delle nuove indicazioni dei giudici del Lussemburgo, che rimettono nelle mani dei magistrati e non affidano a una procedura standard la valutazione sulla vita di una persona. C’è da aggiungere un’altra voce: le richieste di risarcimento di chi sia stato indebitamente trattenuto. E anche qui ci sarà da pagare per aver violato i diritti chi è arrivato chiedendo aiuto e protezione e ha trovato una gabbia.