ROMA – Il tribunale del popolo a cinquestelle ha emesso il suo verdetto: «Non ci sono ragioni, allo stato, per chiedere un passo indietro a Matteo Ricci», decreta Giuseppe Conte a metà mattina, assediato da cronisti e telecamere convocati in Via di Campo Marzio per comunicare la decisione solenne sul candidato presidente nelle Marche.
L’attesa è finita, la riserva è sciolta: l’alleanza progressista — nella regione più contendibile che andrà al voto dopo la pausa estiva — è salva. Con gran dispetto del centrodestra che aveva sperato nella frattura del fronte avverso al governatore uscente, Francesco Acquaroli, in soccorso del quale lunedì scenderanno Giorgia Meloni e i due vicepremier: «Tutto come da copione, si è chiusa la pantomima», attacca FdI.
Nel salone impavesato d…
ROMA – Il tribunale del popolo a cinquestelle ha emesso il suo verdetto: «Non ci sono ragioni, allo stato, per chiedere un passo indietro a Matteo Ricci», decreta Giuseppe Conte a metà mattina, assediato da cronisti e telecamere convocati in Via di Campo Marzio per comunicare la decisione solenne sul candidato presidente nelle Marche.
L’attesa è finita, la riserva è sciolta: l’alleanza progressista — nella regione più contendibile che andrà al voto dopo la pausa estiva — è salva. Con gran dispetto del centrodestra che aveva sperato nella frattura del fronte avverso al governatore uscente, Francesco Acquaroli, in soccorso del quale lunedì scenderanno Giorgia Meloni e i due vicepremier: «Tutto come da copione, si è chiusa la pantomima», attacca FdI.
Nel salone impavesato di simboli del Movimento, l’avvocato che volle farsi giudice si improvvisa garantista e spiega perché si è virato sull’assoluzione. Intanto «la responsabilità politica va distinta da quella penale, altrimenti significherebbe attribuire alle procure la possibilità di esprimere con un avviso di garanzia una sentenza di condanna». E poi, nel merito, «abbiamo apprezzato che Ricci non abbia urlato alla giustizia ad orologeria e non si sia avvalso della facoltà di non rispondere, una strategia difensiva legittima, ma chi aspira a un incarico pubblico ha il dovere della massima trasparenza e lui ha risposto alle domande dei pm con massima puntualità e trasparenza».
E poiché «i principi di legalità sono nel nostro Dna» lui, insieme al Consiglio nazionale, ha «letto e riletto l’avviso di garanzia», arrivando alla conclusione che «non ci sono elementi a carico della sua colpevolezza». Con un caveat, però, che pesa come un macigno: «Questa è la nostra posizione allo stato dei fatti, se dovessero cambiare ne trarremo le dovute conseguenze». Ergo: l’ex sindaco di Pesaro può proseguire la corsa, ma il sì dei 5S resta vincolato agli sviluppi dell’inchiesta.
Tira un sospiro di sollievo, Ricci. «Concordo con Conte nel rafforzare in regione i presidi di legalità», scrive sui social: «Ora riparte la campagna». E altrettanto entusiasta sembra Elly Schlein, che oggi affiancherà l’eurodeputato dem a Urbania, convinta di aver sboccato la partita più difficile e, a cascata, quelle ancora in sospeso: «Adesso andiamo a vincere nelle Marche insieme». E pazienza se l’ex premier giallorosso non si sia sbilanciato sul resto, né abbia risparmiato fendenti sui casi più spinosi che tormentano il Pd. Sul sindaco di Milano, Beppe Sala, che «deve dimettersi non per l’avviso di garanzia, ma perché si è rivelato al centro di un sistema che ha dato il via al Far West edilizio». («A Milano M5S non è in maggioranza, non condivido le valutazioni», lo liquida la leader dem). Sul bis in Toscana di Eugenio Giani: «Decidono i territori, se ne sta discutendo. Noi siamo stati per cinque anni all’opposizione, entrare in giunta è un sacrificio notevole, bisogna capire se ci sono le condizioni», fa il prezioso. Anche se sa bene che sfilarsi è complicato, specie dopo l’ok di Avs che come lui aveva chiesto discontinuità, ma si è accodata: «Si farà sul programma», sibila Nicola Fratoianni.
Per Conte tuttavia è un’altra storia. Non vuol essere, né apparire, subalterno al Pd. E infatti: «Non posso garantire», avverte, che i 5S faranno alleanze in tutte le regioni. «Noi abbiamo un codice etico, in altri partiti non è così: ci sono ras locali, correnti e apparati di potere», graffia. «Da qualche parte si può lavorare insieme, in altre no. Dipende da chi sono i signori delle tessere». Perciò nessuno dica che il via libera sulle Marche serviva per siglare il patto su Roberto Fico in Campania, che ieri a sorpresa ha incassato l’endorsement di Matteo Renzi («Se sarà candidato lo sosterremo»). Se così fosse, «significherebbe che il M5S fa mercimonio e io sono un buffone, non c’è alcun collegamento», taglia corto.
Il corollario è una gelata sulla speranza di costruire una coalizione di centrosinistra stabile, modello centrodestra, che si presenti unita anche alle politiche: parlare di «alleanza organica non è possibile per i nostri principi e sensibilità», conclude Conte. «La base ha scelto di autodefinirsi una forza progressista indipendente. Alleanza organica significa legarsi mani e piedi, al di là di programmi e valori. Noi vogliamo creare un’alternativa a questo governo disastroso, siamo i primi a dire che deve andare a casa. Ma la nostra preoccupazione non è entrare a Chigi, bensì rispondere alle attese degli italiani». Schlein è avvisata.